Può l’esperienza di un reduce di guerra, un soldato, essere paragonata a quella di atleta, un lottatore, reduce da un’Olimpiade? E’ la domanda che nasce spontanea dopo la visione di Foxcather, vincitore del Premio per la Regia all’ultimo Festival di Cannes ed inspiegabilmente, o forse no, ignorato, all’ultima edizione degli Oscar.

Quel forse no è spiegato dal fatto che il film parla degli Stati Uniti con freddezza chirurgica, sviscerando i meccanismi di una cultura che consuma, brucia, digerisce e dimentica ogni cosa e chiunque con una velocità impressionante. E lo fa attraverso una storia dove non c’è redenzione finale ma solamente desolazione; attraverso uno stile freddo, distaccato, glaciale (bellissima la fotografia di Greig Fraser); attraverso gli occhi di un piccolo uomo (il miliardario John E. du Pont), un non-eroe per non dire mostro (mentre un mostro di bravura è il comico Steve Carell che lo interpreta sotto un pesante trucco ed una recitazione fatta di continue sottrazioni).

Tratto dall’omonimo libro scritto da uno dei protagonisti, Mark Shultz, la vicenda è una storia vera che vede come protagonisti i fratelli Shultz, Mark e Dave, campioni olimpionici di wrestling a Los Angeles, California, nel foxcatcher poster1984. Il loro ritorno alla normalità dopo le luci splendenti dell’Oro Olimpico, vede Dave gestire una palestra di wrestling dove allena tra gli altri il fratello minore Mark. Ma è l’entrata in scena del miliardario John E. du Pont a rompere la grigia ma rassicurante quotidianità, fatta di giorni sempre uguali, case anonime e vuote, rapporti umani ridotti al minimo e filtrati da continui messaggi in segreterie telefoniche. Una quotidianità, finalizzata ad un solo obiettivo: l’oro ai Campionati del Mondo del 1987 a Clermond-Ferrant ed alle successive Olimpiadi di Seul, 1988. Perchè l’unico scopo di Mark, al contrario di Dave circondato dall’affetto familiare di moglie e due bambini, è quello di essere il Migliore. Per questo motivo vede nella figura di John E. du Pont, l’occasione della vita. Miliardario della Pennsylvania, du Pont o Aquila, Aquila d’Oro, Mentore, Maestro, Allenatore come ama farsi chiamare dai suoi atleti discepoli, dopo aver vissuto all’ombra di una famiglia opprimente ed una madre castrante (meravigliosa l’algida interpretazione di Vanessa Redgrave), decide di provare a vivere di luce propria, seppur riflessa, allenando un gruppo di atleti ospitati nella sua elegante residenza. Qui inizia un gioco a tre tra l’atleta Mark, l’allenatore Dave chiamato a seguire il fratello ed il magnate John, che porterà a conseguenze drammatiche.

Foxcather è incredibilmente vicino ad un altro film di successo di questa stagione familiare: American Sniper. Nella pellicola di Eastwood si raccontava il difficile ritorno alla vita quotidiana di un cecchino dell’esercito americano; qui il ritorno alla vita quotidiana di un atleta vincitore della medaglia d’oro alle Olimpiadi. Un atleta presto dimenticato dal proprio Paese, come molti reduci, che vede nel ritorno alle gare, come il ritorno in guerra del protagonista di American Sniper, l’unica occasione di riscatto dalla propria mediocrità, il fine ultimo ed unico della propria esistenza. La figura del miliardario Du Pont che accorre in aiuto del giovane lottatore, è la faccia matrigna di quello stesso Paese; egocentrico, ottuso, megalomane, ancorato ai valori più vicini dell’ala più conservatore del Partito Repubblicano, all’epoca degli eventi la corrente reaganiana. Una figura che ricorda in controluce quella del miliardario Charles Foster Kane, il protagonista di Quarto Potere di Orson Welles; come Kane collezionava opere d’arte per abbellire la sua casa/mausoleo per celebrare in vita come dopo la morte la propria grandezza, allo stesso modo Du Pont colleziona i migliori atleti americani per riscattare attraverso la luce dei loro successi e medaglie la sua triste ed anonima esistenza, congelando in un documentario il suo “lavoro” di costruttore di atleti, ma prima di tutto di cittadini orgogliosamente americani. Una follia ossessiva che presto dall’intimità della propria mente non tarderà a travolgere ogni cosa.

Il film procede lento, sinuoso nelle pieghe narrative degli eventi e psicologiche dei personaggi; vive di uno stile piano, invisibile ma al contempo ipnotico; punta forte sull’interpretazione dei suoi magnifici attori; ogni emozione viene congelata, raccolta, compressa per poi esplodere come un improvviso colpo di pistola liberatorio nel finale, lasciando lo spettatore attonito e spiazzato, con effetti che si prolungano oltre il tempo della visione filmica. Una pellicola che ci impiega del tempo ad entrati dentro, ma di cui poi difficilmente ci si riesce a liberare. Magnifico.

Titolo originaleFoxcatcher
RegiaBennett Miller
SceneggiaturaDan Futterman, E. Max Frye
FotografiaGreig Fraser
MontaggioStuart Levy
ScenografiaJess Gonchor
CostumiKasia Walicka-Maimone
MusicaMychael Danna
CastSteve Carell, Channing Tatum, Mark Ruffalo, Sienna Miller, Anthony Michael Hall, Vanessa Redgrave
ProduzioneAnnapurna Pictures, Likely Story, Media Rights Capital
Anno2014
NazioneUSA
GenereDrammatico
Durata134'
DistribuzioneBiM Distribuzione
Uscita12 marzo 2015