“Final portrait” si svolge all’interno della connessione sinaptica di un artista quando produce un’opera d’arte.

Parigi, 1964. Il pittore italosvizzero Alberto Giacometti vuole dipingere il ritratto del suo amico scrittore James Lord. Poche sedute di posa, gli assicura. E invece le sedute non finiscono mai. Un viaggio dentro il mistero della creazione che segue linee atipiche, non omologabili perché il fine stesso del ritratto che prima dell’invenzioni della macchina fotografica era ben chiaro, immortalare un soggetto, ora è misterioso, indefinibile, oscuro, variabile a seconda degli stati d’animo del pittore. E proprio attraverso questi stati d’animo cosi variabili che Stanley Tucci dipana il suo filo narrativo.

Vediamo Giacometti in un bistrot divorare quasi contemporaneamente – come un lupo famelico o meglio come una persona autistica – il cibo appena servito, delle uova sode un cestino di pane, un bicchiere di vino e un caffè.

Lo sentiamo pronunciare una tirata contro Picasso camminando tra le tombe illustri al Père-Lachaise. Lo ascoltiamo in una lunga e autoironica dissertazione sulle tecniche del suicidio nella quale illustra come, eliminando quella col sonnifero troppo facile e inutile (dormi e non ti accorgi di niente), i suoi suicidi preferiti sarebbero quelli in cui si muore bruciati vivi o con la gola tagliata.

Geoffrey Rush è Giacometti

Solo in quei casi si avrebbe tutto il tempo per apprezzare il passaggio da una dimensione all’altra. Lo guardiamo vivere nella stessa casa la sua esistenza piena di gioia con l’amante prostituta e piena di rancore e affetto con la moglie. Lo osserviamo con la tavolozza in mano nel suo studio dare pennellate nervose al ritratto dello scrittore, alzarsi e andare a modellare con le mani una piccola scultura e poi tornare alla postazione del quadro e cancellare col pennello più spesso intinto nel bianco ciò che aveva composto.

Piccoli tasselli all’apparenza slegati tra loro che danno un quadro d’insieme. È lo spirito con cui Tucci, come in una sorta di scatola cinese, fa il  ritratto di un pittore che fa un ritratto di un amico usando la macchina da presa come forse l’userebbe lo stesso Giacometti. Preparazione accurata della tavolozza (incisiva la fotografia, elegante la scenografia), scelta meticolosa degli strumenti (perfettamente nella parte Geoffrey Rush), larghe e contrastate pennellate sui tratti essenziali dell’uomo.

Titolo italianoFinal Portrait - L'arte di essere amici
Titolo originaleFinal Portrait
Regia Stanley Tucci
SceneggiaturaStanley Tucci
FotografiaDanny Cohen
MontaggioCamilla Toniolo
ScenografiaJames Merifield
CastGeoffrey Rush, Armie Hammer, Tony Shalhoub, Sylvie Testud, Clémence Poésy, James Faulkner, Attila G. Kerekes, Philippe Spall, Laura Bernardeschi
Anno2017
NazioneGran Bretagna
GenereDrammatico
Durata90'
DistribuzioneBim Distribuzione
Uscita08 febbraio 2018