Gaspard Ulliel in una scena

Gaspard Ulliel in una scena

La messa a fuoco per un regista significa attuare una scelta gerarchica su cosa debba essere messo in primo piano e cosa sullo sfondo. In termini tecnici, ottico-meccanici, si traduce nel regolare la distanza fra l’obiettivo e il supporto fotosensibile (pellicola o sensore) per rendere nitido il soggetto posto ad una determinata distanza. Xavier Dolan con “È solo la fine del mondo” ha messo a fuoco il suo stile registico. Se con J’ai tué ma mère del 2009 si respiravano prodromi di acerba genialità, con Laurence Anyways del 2011 la storia del trasgender era tirata un po’ troppo per le lunghe, Tom à la ferme definiva la ricerca della tensione latente e in Mommy del 2014 Dolan esprimeva contenutisticamente i suoi concetti al meglio, ora ha diretto il suo capolavoro di compiutezza.

Una delle locandine

Una delle locandine

Il film, tratto dall’omonimo testo teatrale di Jean Luc Lagarce del 1990, racconta di un pranzo familiare. Louis (Gaspard Ulliel, che spesso rimanda a Dolan attore) è uno scrittore di successo che dopo dodici anni di lontananza, decide di tornare a trovare i parenti per comunicargli una notizia di vitale importanza. Ad accoglierlo ci sono la madre Martine (la brava Nathalie Baye che nei toni e nelle movenze rimanda all’altrettanto brava Anne Dorval di Mommy), il fratello maggiore Antoine (un ottimo Vincent Cassel, trattenuto fino all’esplosione finale), sua moglie Catherine (Marion Cotillard che intuisce con lo sguardo parlando pochissimo) e la sorella minore Suzanne (Léa Seydoux in un ruolo poco glamour). Il viscontiano gruppo di famiglia in un interno spinge al corto circuito emotivo Louis, facendogli tornare alla memoria le dinamiche nevrotiche che lo avevano allontanato da loro.

C’è tutto Dolan dentro È solo la fine del mondo. L’egemonia psicologica della madre che si riversa su tutti i figli (nelle opere precedenti era uno solo) che dà respiro all’intera vicenda. I figli sono i portatori ‘sani’ di malattie psicologiche e di insicurezze che danno l’abbrivio all’implosione delle dinamiche interne. L’ambiente circostante è sempre la natura, con immagini, frammenti di riflessi e luci studiati nel minimo dettaglio. La musica avvolge, amplifica ed evidenzia gli stati d’animo dei protagonisti. Il rallenty c’è ma utilizzato senza esagerare.

Tutto ruota attorno ai sentimenti di un singolo, che a catena provocano reazioni. L’omosessualità dello stesso (altro tema cardine nella filmografia di Dolan) è solo un valore aggiunto, che rende i suoi film estremamente attuali. La messa a fuoco quale tipico escamotage registico qui diventa anche sintesi del suo film più compiuto. Gran Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes non a caso, nonché candidato come Miglior Film Straniero agli Oscar (seconda candidatura dopo J’ai tué ma mère del 2010). C’è da chiedersi con curiosità su cosa utilizzerà la ‘sua’ prossima ghiera.

Titolo italianoÈ solo la fine del mondo
Titolo originaleJuste la fin du monde
RegiaXavier Dolan
SceneggiaturaXavier Dolan
FotografiaAndré Turpin
MontaggioXavier Dolan
ScenografiaColombe Raby
MusicaGabriel Yared
CastGaspard Ulliel, Nathalie Baye, Vincent Cassel, Marion Cotillard, Léa Seydoux
ProduzioneSylvain Corbeil, Xavier Dolan, Nancy Grant, Nathanaël Karmitz, Michel Merkt
Anno2016
NazioneCanada, Francia
GenereDrammatico
Durata95'
DistribuzioneLucky Red
Uscita07 dicembre 2016