La tazzina bianca deve andare sul piattino nero, la tazzina nera sul piattino bianco. Val cerca di sistemare il servizio da caffè appena comprato, ma c’è sempre qualcosa che non torna: se mette tutte le tazzine sul vassoio, non c’è più spazio per la caraffa, e se mette la caraffa, una tazzina rimane fuori. Siamo a San Paolo, dove Val si è trasferita per lavorare come governante, e questo è il suo regalo di compleanno per la padrona di casa: molto chic e moderno nelle intenzioni di Val, troppo dozzinale agli occhi della donna per cui Val lavora da più di dieci anni.

Come il bianco e nero del servizio da caffè, “È arrivata mia figlia!” è un film di contrapposizioni. Da una parte c’è Val, concreta, lavoratrice, calorosa, e dall’altra parte c’è la famiglia che l’ha assunta, ricca, colta ed elegante: gelida la moglie, donna in carriera tutta concentrata sul lavoro, lo stile e l’apparenza, mentre il marito artista è sensibile e fin troppo simpatico.

Ci sono le coccole cercate da Fabinho, il figlio della coppia, spensierato e ancora un po’ immaturo, che Val ha cresciuto come fosse suo figlio. E manifesto_arrivata_mia_figliac’è lo sguardo attento e curioso di Jessica, la figlia di Val: coetanea di Fabinho ma sveglia, orgogliosa, indipendente; non vede e non sente la madre da anni, ora la raggiunge nella metropoli per preparare l’esame di ammissione all’Università. Per motivi diversi, entrambi hanno vissuto l’infanzia lontano dalla madre: una distanza fisica o affettiva rappresentata dalla domanda ricorrente “Quando torna mamma?”, come nel titolo originale del film.

Val non è infelice né maltrattata, ha imparato a “stare al suo posto”, si accontenta della stanzetta in cui dorme, si è affezionata a Fabinho, sa bene cosa si può e cosa non si può fare. Inevitabilmente, l’arrivo di Jessica, ragazza dall’aria acuta e strafottente alla Caterina Guzzanti, porterà lo scompiglio nella casa, rovesciandone gli equilibri e contestandone le regole: quale gelato mangiare, in quale stanza entrare, quali offerte rifiutare.

La struttura del film è molto semplice, lo sviluppo è prevedibile anche se riserva un paio di rivelazioni non scontate. Quella di Val è una condizione di reclusione inconsapevole, di accettazione passiva delle convenzioni sociali, che la regista Anna Muylaert esprime privilegiando inquadrature a camera fissa, che spesso riprendono Val di spalle, o con l’immagine impallata da ostacoli che si frappongono fra la protagonista e l’obiettivo. Alla claustrofobia buia del sottoscala si contrappongono gli spruzzi liberatori della piscina: una bella scena che simboleggia come la forza dirompente delle nuove generazioni sia in grado di spezzare le antiche divisioni fra “persone di prima classe” e “persone di seconda classe”. Un film sociale, dunque; tuttavia “È arrivata mia figlia!” può essere anche letto in maniera più ampia, come metafora di ogni ribellione alle costrizioni: non solo quelle che il mondo esterno ci impone, ma soprattutto quelle auto-imposte, che siamo noi stessi, in fondo, a crearci. Un piccolo film: piacevole, fiducioso, liberatorio.

Titolo originaleQue horas ela volta?
RegiaAnna Muylaert
SceneggiaturaAnna Muylaert
FotografiaBárbara Alvarez
MontaggioKaren Harley, edt.
ScenografiaMarcos Pedroso e Thales Junqueira
CostumiAndré Simonetti e Claudia Kopke
MusicaFabio Trummer e Vitor Araújo
CastRegina Casé, Michel Joelsas, Camila Márdila, Karine Teles, Lourenço Mutarelli, Helena Albergaria
ProduzioneGullane
Anno2015
NazioneBrasile
GenereDrammatico
Durata110'
DistribuzioneBIM
Uscita04 giugno 2015