| Giornate
degli Autori |
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Sono
11 le anteprime mondiali nel programma, quattro
quelle internazionali, quattro le opere prime,
quattro le opere seconde, più di 15 le
nazionalità in appena 12 film e tre eventi
speciali: Francia, USA, Canada, Argentina, Spagna,
Italia, Belgio, Iran, Norvegia, Georgia, Palestina,
Danimarca, Serbia, Cina, Pakistan, Taiwan...
Tutto il mondo è di scena nella seconda
edizione delle Giornate degli Autori, nate nel
2004 sul modello della Quinzaine des Réalisateurs
di Cannes e del Forum des Jungen Films di Berlino.
A Venezia, nell’ambito della 62. Mostra
Internazionale del Cinema, dall'1 al 10 settembre,
tra il Casinò (Sala Perla) e la Villa degli
Autori (a due passi dall'Hotel Excelsior).
Dopo il successo della prima edizione, dedicata
al cinema europeo in occasione dell’Unione
a 25 paesi e dopo l’affermazione internazionale
di molti dei titoli presentati (a cominciare dall’Oscar
europeo per Darwin’s Nightmare di Hubert
Sauper, vincitore del Label Europa Cinémas
a Venezia), le Giornate degli Autori propongono
quest’anno una selezione internazionale
che conserva un “cuore” europeo ma
si allarga alle culture, ai linguaggi, alla creatività
del mondo intero. |
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i
film |
7
ans
Opera prima - 2006, 86', 35 mm, colore, Francia
Regia
Jean-Pascal Hattu Sceneggiatura
Jean-Pascal Hattu, Gilles Taurand e Guillaume
Daporta Fotografia
Pascal Poucet
Cast Valérie
Donzelli (Maïté), Bruno Todeschini
(Jean), Cyril Troley (Vincent), Pablo De La Torre
(Julien), Nadia Kaci (Djamila)
sinossi
Maïté è sposata con Vincent
che è stato appena condannato a sette anni
di carcere. La sola intimità che è
rimasta loro sono i momenti trascorsi nel parlatorio
del carcere. Due volte a settimana lei va a prendere
i suoi panni sporchi, li lava, li stira e glieli
riporta.
Un giorno, all'uscita dalla consueta visita a
Vincent, viene avvicinata da un uomo. Il suo nome
è Jean. Jean la segue e le offre un passaggio.
Inizialmente lei è titubante ma alla fine
accetta. Diventano amanti ma gli intensi momenti
che condividono (in un prato, un'auto) restano
momenti rubati. Alla fine Maïté scopre
che Jean è un secondino che conosce suo
marito e che, addirittura, ha offerto a Vincent
la sua protezione. Intrappolata tra desiderio
e senso di colpa, si trova così coinvolta
in un gioco a tre, le cui regole nessuno di loro
ha veramente stabilito.
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Azul oscuro casi negro
Opera
prima - 2006, 105', 35 mm, colore, Spagna
Regia
Daniel Sánchez Arévalo Sceneggiatura
Daniel Sánchez Arévalo Fotografia
Juan Carlos Gómez
Cast Quim Gutiérrez
(Jorge), Marta Etura (Paula), Raúl Arévalo
(Israel), Antonio de la Torre (Antonio), Héctor
Colomé (Andrés)
sinossi
AzulOscuroCasiNegro (blu scuro, quasi nero) è
uno stato d'animo, indica un futuro incerto, un
colore. Un colore che a volte non riconosciamo
perché può cambiare in relazione
alla luce o al punto di vista. Un colore che ci
ricorda che spesso ci inganniamo e che le cose
spesso non sono come sembrano.
Jorge ha ereditato il lavoro del padre, dopo che
questi è stato colpito da un ictus. Negli
ultimi anni si è impegnato molto per occuparsi
di suo padre, del suo lavoro e costruirsi una
carriera.
Attraverso suo fratello Antonio conosce Paula
con la quale stabilisce una strana relazione che
lo spingerà a cercare di sentirsi meno
responsabile per tutto e a tentare di seguire
i propri desideri senza tener conto di ciò
che gli altri si aspettano da lui. Tutto allora
potrebbe essere diverso....oppure no.
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Chicha
tu madre
Opera
prima - 2006, 93', 35 mm, colore, Perù /
Argentina Regia
Gianfranco Quattrini Sceneggiatura
Christopher Vasquez e Gianfranco Quattrini Fotografia
Ivan Gierasinchuk
Cast Jesus Aranda
(Julio Cesar), Tula Rodriguez (Katlyn), Pablo
Brichta (Fabián), Jean Pierre Reguerraz
(Sanguinetti)
sinossi
Julio Cesar, un lettore di Tarocchi per hobby,
sopravvive facendo il taxista nella città
di Lima, Perù. Quando scopre che sua figlia
adolescente aspetta un bambino, intraprende un
imprevedibile processo di transformazione, attraverso
il quale capirà che, anche se non si è
padroni del proprio destino, è possibile
trovare una forma di salvezza.
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Come
l'ombra
Opera
seconda -
2006, 87', girato in digitale, colore, Italia
Regia
Marina Spada Sceneggiatura
Daniele Maggioni Fotografia Sabina Bologna e Giorgio
Carella con immagini
di Gabriele Basilico
Cast Anita Kravos (Claudia), Karolina Dafne
Porcari (Olga), Paolo Pierobon (Boris)
sinossi
Il racconto ruota intorno alla storia di due donne:
Claudia, trentenne che lavora in una agenzia di
viaggi e la sera studia russo, e Olga, una ragazza
ucraina un po’ più giovane. La vita
di Claudia si svolge con una continuità
abitudinaria a cui lei non oppone resistenza,
solo le sue piccole manie fanno da contrappunto
alla routine quotidiana. Una sera al corso di
russo si presenta un nuovo insegnante di origine
ucraina: Boris, di bell’ aspetto e dall’aria
intelligente. Tra Boris e Claudia si stabilisce
poco a poco una certa attrazione. La scuola finisce
e l’avvicinarsi dell’estate, spinge
Claudia a progettare una vacanza in Grecia con
l’amica Sonia e il fidanzato di lei. Una
sera di fine luglio ritorna a farsi vivo Boris
che in realtà va a trovarla con uno scopo
preciso: deve trovare un posto dove sistemare
una “cugina” che è venuta dall’Ucraina
a cercare fortuna. Claudia è titubante
ma alla fine accetta di ospitarla, anche se solo
per pochi giorni. Nella vita di Claudia arriva
così Olga, tra le due si stabilisce, dopo
una naturale diffidenza iniziale, un rapporto
di complicità. Claudia riconsidera la sua
esistenza stimolata dalla naturalezza con cui
Olga agisce. Qualche giorno prima della partenza
per la Grecia, tornando a casa, Claudia non trova
Olga. Aspetta ansiosa ma lei non torna neanche
il giorno dopo... |
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Falkenberg
Farewell
Opera prima -
2006, 91', 35 mm, colore, Svezia / Danimarca
Regia
Jesper Ganslandt Sceneggiatura
Fredrik Wenzel e Jesper Ganslandt Fotografia
Fredrik Wenzel
Cast Holger Eriksson,
David Johnson, John Axel Eriksson, Jesper Ganslandt,
Jörgen Svensson
sinossi
E' l'ultima estate a Falkenberg. Cinque amici
d'infanzia diventati adulti. David che desidera
tornare bambino e Holger che non vorrebbe andar
via. Due amici del cuore che scappano nella foresta
verso l'oceano per sfuggire il futuro.
Jesper che ritorna, senza che nessuno si sia veramente
accorto della sua assenza. Jörgen che finanzia
la sua impresa di catering, "Colazione a
letto" svaligiando appartamenti. E John,
sempre di cattivo umore, che ancora crede che
sia il bacon a renderlo felice. Il futuro appare
all'orizzonte, ma nessuno di loro sarà
lì per vederlo.
Falkenberg Farewell - un film sull'amicizia e
i ricordi e su un addio decisivo alla piccola
città vicina al mare.
recensione
Per cinque amici d'infanzia divenuti adulti è
l'ultima estate a Falkenberg, la cittadina sul
mare in cui sono nati e cresciuti. Il passaggio
alla maturità li aspetta, come una ghigliottina
aspetta il condannato al momento dell’esecuzione.
Cinque amici che si sono scelti reciprocamente.
Prima ancora di scegliersi la ragazza, il lavoro,
il futuro. Ma non si può restare sempre
bambini. Si cresce. Si cambia. E appigliarsi al
passato non serve più a molto. Purtroppo
il futuro incombe e le strade per ognuno si separano.
David desidera restare bambino e si rifugia nel
rincuorante mondo dei ricordi. Holger non vuole
andar via dal suo paese pur rendendosi conto che
lì per lui non c’è futuro.
Jesper è appena ritornato ma è come
se in realtà non se ne fosse mai andato.
Jörgen è ancora una testa calda con
l’hobby di svaligiare bungalow. John si
sveglia sempre di malumore e mangia solo bacon
illudendosi che questo grasso alimento lo renda
felice. Il futuro appare per tutti e cinque all'orizzonte
ma nessuno di loro sarà lì ad accoglierlo.
Falkenberg Farewell.
Addio Falkenberg. Triste saluto di un mondo che
a poco a poco ci abbandona. Il mondo puro ed ingenuo
dell’infanzia. Senza impegni. Senza responsabilità.
Pullulante di libertà. E incoscienza. Quando
si è piccoli non si aspetta altro che diventare
grandi e quando si è grandi si rimpiange
quell’età spensierata che non tornerà
più. La purezza di Falkenberg con il suo
placido mare e le sue silenziose foreste non rispecchia
più la purezza degli animi dei cinque ragazzi.
Falkenberg è sempre uguale a se stessa,
non ha subito alcuna modifica nel corso degli
anni. I cinque ragazzi invece sono stati costretti,
volenti o nolenti, a modificarsi dentro. A guardarsi
intorno nella consapevolezza che tutto quanto
prima o poi finirà. Tutti tranne uno, David,
che si aggrappa al passato, incapace di allontanarsi
dai ricordi che ha scolpiti come tatuaggi nella
mente e che gli impediscono di sentirsi adulto.
C’è chi ha progetti, c’è
chi non ha idea di cosa fare e c’è
chi sogna di scappare. Ma David è l’unico
del gruppo che si ostina a non voler cambiare
davvero, a restare quello di sempre (libero? Vero?
Se stesso?) ma che deciderà di non affrontare
il futuro togliendosi la vita e restando per sempre
ancorato al passato.
[marco
catola] |
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Khadak
Premio "Luigi De Laurentiis"
Miglior Opera Prima
2006, 110', 35 mm, colore,
Belgio/ Germania / Olanda Regia
Jessica Woodworth e Peter Brosens Sceneggiatura
Jessica Woodworth e Peter Brosens Fotografia
Rimvydas Leipus Cast
Khayankhyarvaa Batzul (Bagi), Dagvadorj Dugarsuren
(Madre), Byamba Tsetsegee (Zolzaya), Banzar Damchaa
(Nonno), Dashnyam Tserendarizav (Shamana), Enkhtaivan
Uuriintuya (Nara), Namsrai Otgontogos (Psichiatra)
sinossi
Ambientato nelle gelide steppe della Mongolia,
The Colour of Water racconta la storia epica di
Bagi, un giovane nomade destinato a diventare
sciamano. Un’epidemia colpisce gli animali
e i nomadi sono costretti a spostarsi verso desolate
città minerarie. Bagi salva la vita di
Zolzaya, un’affascinante ladra di carbone
e insieme scoprono che l’epidemia era un
inganno messo in atto per debellare il nomadismo.
Ne segue una sublime rivoluzione.
recensione
Khadak
racconta la storia epica di Bagi, un giovane
nomade che fa il pastore nelle sterminate lande
della Mongolia. Bagi ha un misterioso dono: è
in grado di udire a distanza gli animali. Durante
un pascolo ha un’inquietante premonizione
e viene colpito da una crisi epilettica. Una sciamana
lo soccorre e al suo risveglio gli annuncia che
il suo destino è diventare egli stesso
uno sciamano. Bagi non le crede ma nel frattempo
qualcosa di terribile sta per accadere. Una tremenda
epidemia colpisce la sua regione, i suoi animali
vengono messi in quarantena e i nomadi sono costretti
a spostarsi verso desolate città minerarie.
Bagi salva la vita di una giovane ladra di carbone,
Zolzaya, insieme alla quale scoprirà l’epidemia
era solo un inganno messo in scena per debellare
il nomadismo. Ne seguirà una sublime rivoluzione…
Ambientato nelle gelide steppe della Mongolia,
Khadak è un
meraviglioso viaggio attraverso il cuore e la
mente di un giovane verso il suo destino di sciamano.
Bagi non accetta la sua identità e la rifugge.
Continue visioni gli preannunciano il suo legame
eterno con il cielo ma Bagi sembra non fidarsi
del proprio istinto. In realtà non è
ancora in grado di rapportarsi con l’universo
naturale che lo circonda. Come tutti i giovani
ha perso il contatto con le tradizioni del luogo
e si è progressivamente allontanato dalla
natura. Le sue crisi epilettiche lo rendono un
diverso da curare e rinchiudere. La flebile soglia
che separa la sanità dalla follia è
facile da superare. Ma l’anelito alla libertà
è più forte di qualsiasi isolamento.
Bagi finisce in un ospedale psichiatrico ma il
suo dono gli permetterà di ribellarsi al
sistema che lo vuole malato a tutti i costi.
Una favola moderna che è sì frutto
della fantasia dei due registi-sceneggiatori ma
che affonda le sue radici nel reale. In Mongolia
sciamanesimo ed epilessia sono stati intrecciati
per secoli. Il film ha una struttura tutt’altro
che semplice tesa ad indagare la realtà
mongola sotto due aspetti: uno puramente politico
(il passaggio dal socialismo al capitalismo) e
l’altro squisitamente spirituale. E quest’ultimo
è decisamente più suggestivo, quasi
impercettibile, evasivo. Volutamente estraneo
al nostro modo di concepire la vita. Più
simile alla dimensione onirica, delirante, immaginaria.
A tratti anche indecifrabile.
Khadak è il
drappo blu che viene usato per i rituali buddisti
e che è simbolo del cielo, giudice supremo
della verità e delle azioni umane.
[marco
catola]
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Special Screenings: omaggio a Christophe de Ponfilly
L’Etoile du soldat
2006, 100', 35 mm, colore, Francia / Germania /
Afghanistan Regia
Christophe de Ponfilly Sceneggiatura
Christophe de Ponfilly e RimTurki Fotografia
Laurent Fleutot
Cast Sacha Bourdo (Nikolai), Patrick Chauvel
(Vergos), Mohammad Amin (Najmoudine), Igor Naryshkin
(Valoudia)
sinossi
Afghanistan, 20 anni prima dell’11 settembre:
il destino di Nikolai, un giovane soldato sovietico
perduto in un conflitto che non lo riguarda. Imprigionato
dai Moudjahidin afgani che gli erano stati descritti
come dei mostri, diventerà Ahmad l’Afgano
ed attraverserà la sconvolgente realtà
che è diventata uno dei buchi neri della
storia contemporanea.
recensione
L’11
settembre del 2001 un uomo solo sulle impervie
montagne dell’Afghanistan apprende del sanguinoso
attacco alle Torri Gemelle ma non ne sembra stupito.
Quasi come se l’aspettasse… 20 anni
prima di quel terribile giorno che avrebbe segnato
(e cambiato) per sempre la storia del mondo quest’uomo
era sempre in Afghanistan. Quest’uomo è
Vergos, un giornalista francese che ha sempre
girato documentari in questo Paese ed ha imparato
delle verità rimaste fin troppo nell’ombra.
L’etoile du soldat
è un reportage di finzione. E’ strutturato
cioè come un documentario ma non è
reale. O meglio la storia che porta sullo schermo
si basa su fatti realmente accaduti ma è
frutto della fantasia del regista-sceneggiatore
Christophe De Ponfilly, peraltro scomparso proprio
di recente. Vergos è il suo alter ego ed
è attraverso i suoi occhi, filtrati dalla
sua inseparabile cinepresa, che lancia uno sguardo
sul passato raccontando la storia di Nikolai,
un giovane soldato sovietico che viene imprigionato
dai Moudjahidin afgani e che instaura con i suoi
aguzzini un rapporto di intimitàtale da
perdere la propria identità originaria
e diventare Ahmad l’Afgano. Una volta liberato
oltrepasserà i confini e arriverà
in Pakistan. La storia di questo soldato russo
è vera. De Ponfilly in uno dei suoi viaggi
clandestini in Afghanistan aveva assistito alla
liberazione da parte di Moussad di un prigioniero
russo che era riuscito poi ad oltrepassare i confini.
L’unica differenza è che il prigioniero
nella realtà purtroppo venne ucciso mentre
nel film si salva.
Al di là che si tratti di finzione o meno,
il film di De Ponfilly è comunque necessario.
Dopo l’11 settembre sull’Afghanistan
è calato un velo di orrore e di menzogne.
La follia mediatica conseguente agli attentati
delle Torri Gemelle e l’ossessione del terrorismo
che da quel momento si è diffusa ovunque
ha gettato un’ombra indelebile sul popolo
afgano. Chi pensa che gli afgani siano dei pericolosi
fanatici, chi dei sanguinosi guerrieri, chi dei
violenti pastori fermi all’età feudale.
In realtà forse sono solo un popolo che
tiene alla propria libertà. E alla propria
dignità. E di fronte all’invasione
delle proprie terre lotta con tutte le sue forze
per non arrendersi al nemico. De Ponfilly, dopo
numerosi documentari sull’Afghanistan, ricorre
al cinema di finzione. Ma questo perché
solo la fiction gli poteva permettere di ricostruire
il passato, di unire universi differenti come
quello russo e quello afgano, e coniugare più
generi in una sola opera.
Interessante più eticamente e moralmente
che non cinematograficamente, L’etoile
du soldat apre uno spiraglio di verità
nei confronti di una situazione culturale e sociopolitica
che a tutt’oggi resta uno dei buchi neri
più profondi della nostra storia ma ha
il coraggio di insinuare anche il dubbio che forse
il presente è quello che è perché
il passato è stato quello che è
stato. E nessuno, americani e russi compresi,
è senza responsabilità. La verità
è scritta nel passato. Non dimentichiamolo.
[marco catola]
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La
noche de los girasoles (Angosto)
Opera
prima - 2006, 123', 35 mm, colore, Spagna
Regia
Jorge Sánchez-Cabezudo Sceneggiatura
Jorge Sánchez-Cabezudo Fotografia
Ángel Iguacel
Cast Carmelo Gómez (Esteban), Judith
Diakhate (Gabi), Celso Bugallo (Amadeo), Manuel
Morón (Negoziante), Mariano Alameda (Pedro),
Vicente Romero (Tomás), Walter Vidarte
(Amós), Cesáreo Estébanez
(Cecilio), Fernando Sánchez-Cabezudo (Beni),
Petra Martínez (Marta), Nuria Mencía
(Raquel), Enrique Martínez (Julián
)
sinossi
Pedro e Esteban sono due speleologi che giungono
in un'area montuosa per esplorare una caverna
e verificare quale sia il suo interesse scientifico.
Gabi, la fidanzata di Esteban, li aspetta ai piedi
della montagna. Ma quando i due escono dalla caverna,
trovano Gabi in uno stato di terrore… |
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Mientras tanto
Opera
seconda - 2006, 92', 35 mm, colore, Argentina /
Francia Regia
Diego Lerman Sceneggiatura
Diego Lerman e Graciela Spelanza Fotografia
José Maria Gomez
Cast Valeria Bertucceli
(Eva), Maria Merlino (Violeta), Claudio Quinteros
(Mono), Sergio Boris (Dalmiro)
sinossi
Una storia corale nella Buenos Aires contemporanea.
Un racconto in cui si intrecciano assurdamente
le storie di vari personaggi. Un rompicapo fatto
di vari pezzi. Una storia d’amore. Una singolare
commedia romantica.
Violeta
non sa ancora se vuole iniziare una nuova vita
con Mono, il suo compagno, o se si vuole separare.
Cerca indizi nei suoi sogni, nel passato di sua
figlia Lupe, e nelle linee della sua mano…
Ha bisogno di tempo per pensare e per decidere. |
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Offscreen
2006, 93', 35 mm, colore, Danimarca Regia
Christoffer Boe Sceneggiatura
Christoffer Boe e Knud Romer Jørgensen
Fotografia Nicolas
Bro
Cast Nicolas Bro
(Nicolas Bro), Lene Maria Christensen (Lene Maria
Christensen), Christoffer Boe (Christoffer Boe),
Jakob Cedergren (Jakob Cedergren), Trine Dyrholm
(Trine Dyrholm)
sinossi
Nicolas Bro giganteggia nella parte di Nicolas
Bro – un uomo intento a girare un film su
se stesso. Il suo amico Christoffer Boe gli presta
una telecamera e gli dice di riprendere tutto,
un consiglio che Bro prende sin troppo alla lettera.
Le sue continue riprese fanno impazzire sia sua
moglie Lene che i suoi amici, e quando infine
Lene decide di farla finita e si trasferisce a
Berlino, Nicolas – ossessionato dal pensiero
di riconquistarla e continuando a riprendere l’intero
processo – inizia il suo inevitabile declino
autodistruttivo. Il suo continuo riprendersi è
talmente personale (e inquietante) che diventa
impossibile discernere la verità dalla
finzione.
recensione
Nicolas Bro, uno degli attori più promettenti
del panorama cinematografico e teatrale danese,
decide di girare un film su se stesso. Con la
videocamera a mano, prestatagli dall’amico
e regista Christoffer Boe, comincia a filmare
ogni singolo attimo della propria vita concentrandosi
sulla storia d’amore con la moglie Lene.
Ma la donna non lo ama più e lo lascia.
Pur di fronte ad una simile situazione, Nicolas
non riesce più a staccarsi dalla videocamera
e rimane ossessionato dal suo film a tal punto
da precipitare in un abisso da cui sarà
impossibile risalire…
Bro, che interpreta se stesso, è in realtà
tutto questo film. Offscreen
è Bro. La sua pingue mole corporea, il
suo faccione tondo, la sua voce vibrante invadono
lo schermo. E’lui il film, nient’altro
che lui. Ma non si tratta di una mera operazione
autoreferenziale dettata dal tipico narcisismo
di un attore. Su consiglio di Boe, il regista
di Deconstuction,
film sulla decostruzione (e distruzione) della
realtà con cui aveva vinto la camera d’or
a Cannes qualche anno fa, Nicolas riprende tutto.
Quasi in una sorta di autoreality. L’occhio
della videocamera è sempre puntato su di
sé 24 ore su 24 ma non c’è
un premio alla fine. Nessuno è destinato
a vincere. Se mai a perdere. Se stesso, la propria
identità, la propria vita, la propria libertà.
Offscreen è l’albore del cinema:
un uomo, la telecamera e il mondo che lo circonda.
E non a caso è girato in digitale, il formato
che ha elargito a tutti il diritto di girare un
film e permesso ad un solo individuo di essere
tutto quello di cui ha bisogno. L’attore
diventa anche il regista ma anche il montatore.
L’attore prende il posto di tutta la troupe
tecnica. Rendendosi portavoce di un cinema paradossale,
intelligente, tutt’altro che rassicurante.
L’uomo con la macchina da presa è
ormai diventato un animale malato, insano, pericoloso.
La sua dipendenza dal senso visivo finisce per
fagocitarlo senza pietà. Il cinema non
è più liberatorio, terapeutico ma
infettivo, contaminante, deleterio. Offscreen
è il diario di un’ossessione in cui
rispetto, morale e libertà vengono spazzati
via dall’unico intento che ne giustifica
l’esistenza: il vedersi. Vedere se stesso.
Sempre.
Se ci fosse una coppa Volpi per la migliore interpretazione
maschile anche per i film delle Giornate degli
Autori di sicuro se la aggiudicherebbe Nicolas
Bro, insolito attore danese, wellesiano sia nella
stazza che nel carisma, capace di mettersi a nudo
come pochi altri, pedina melliflua di un gioco
al massacro senza esclusione di colpi.
[marco catola] |
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Rêves de poussière
Opera prima - 2006,
90', 35 mm, colore, Burkina Faso/ Canada/ Francia
Regia
Laurent Salgues Sceneggiatura
Laurent Salgues Fotografia
Crystel Fournier
Cast Makena Diop
(Mocktar), Rasmane Ouedraogo (Thiam), Fatou Tall-Salgues
(Coumba), Joseph B. Tapsoba (Tidiane), Souleymane
Zouré (Paté)
sinossi
Per sfuggire alla miseria dovuta dalla siccità
e soddisfare i bisogni della sua famiglia, Mocktar,
un contadino nigeriano, decide di andare a lavorare
per una stagione in una miniera d'oro del Burkina
Faso. Le condizioni di lavoro sono spaventose
e la vita della piccola comunità oscilla
tra rassegnazione e ossessione per l'oro. Oltre
che con il padrone Amadé e con i suoi colleghi,
il vecchio Thiam, il muto Paté e Tidiane,
Mocktar fa amicizia con Tabassa, una prostituta,
e con Coumba, una giovane vedova che spera di
poter far andare sua figla da suo zio in Danimarca.
Mocktar Dicko si abitua un po' alla volta alla
sua nuova vita e finisce col perdere i suoi punti
du riferimento. Il giorno in cui trova una pepita,
rinuncia a tornare a casa e offre il denaro ricavato
a Coumba. |
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WWW - What a Wonderful World
2006, 99', 35 mm, colore,
Marocco/ Francia/ Germania
Regia
Faouzi Bensaïdi Sceneggiatura
Faouzi Bensaïdi Fotografia
Gordon Spooner
Cast Faouzi Bensaïdi,
Nezha Rahil, El Mahdi Alaaroubi, Hajar Masdouki,
Fatima Atiff
sinossi
Casablanca, città di contrasti, città
al contempo modernissima e arcaica. Kamel è
un killer che riceve i suoi incarichi via Internet.
Chiama abitualmente Souad per fare l'amore aver
portato a termine il suo lavoro e, ogni volta,
Kenza risponde al telefono. Lei al mattino dirige
il traffico ad uno degli incroci più grandi
della città. Kamel finisce ben presto con
l'innamorarsi della sua voce. Hicham, un hacker
professionista che sogna di andare in Europa,
si imbatte per caso negli ordini inviati a Kamel
per i suoi incarichi.
recensione
Bensaïdi è il regista marocchino di
Mille mesi, un film
di qualche anno fa in cui il regista seguiva incessantemente
un ragazzino con la sedia del maestro sulla testa
tra le strade di Casablanca, presentato con successo
nella sezione Un certain regard a Cannes e arrivato
anche da noi in una manciata di sale. In questo
suo nuovo film rimane al centro del suo sguardo
Casablanca, città di contrasti e contraddizioni,
al contempo modernissima e arcaica, location quasi
infilmabile per la sua natura combinata di selvaggio
west e realtà globalizzata. Nelle viscere
di Kaza, come la chiamano chi la conosce bene
e ci vive, si muove come un felino nella notte
Kamel, un killer che riceve i suoi incarichi di
morte via Internet. Tra un cadavere e l’altro
trova il tempo di fare qualche chiamata erotica
a Souad ma ogni volta che chiama è Kenza
che risponde al telefono. Kenza è una poliziotta
ma lui non lo sa come del resto lei ignora l’identità
di Kamel. E soprattutto il suo mestiere. Kamel
finisce ben presto per innamorarsi della sua voce.
Nel frattempo Hicham, un hacker che sogna di andare
in Europa, si imbatte per caso negli ordini inviati
a Kamel per i suoi incarichi e infiltrandosi nella
rete farà esplodere un bel putiferio.
Bensaïdi gioca con gli stereotipi e si diverte
a sovvertire le regole. Questo WWW
- What A Wonderful World è un vero
ragazzaccio come lo definisce lui. Un film che
beffardamente e consciamente mescola i generi
senza rispettarne i codici e le aspettative. E
senza assumersi un’identità definita.
Film noir, melò, commedia romantica, dramma
poliziesco. E’tutto questo insieme in una
girandola di sentimenti, esplosioni, scontri,
incontri e siparietti comici. Un ibrido in catalogabile
ma gustoso. Un omaggio sincero al cinema e ai
cineasti che lo hanno da sempre influenzato.
Memorabili il primo incarico di Kamel nella toilette
degli uomini e l’incontro casuale tra Kamel
e Kenza nell’ascensore. Da una cinematografia
come quella marocchina non dispiace affatto trovare
conferme di un mondo artistico vivido e talentuoso,
ancora in grado di divertire sovvertendo. E di
divertirsi. Un piacere disubbidiente e sregolato,
di quelli che poderosamente se ne fregano di tutto
e di tutti. [marco
catola]
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