Giornate degli Autori
 
Sono 11 le anteprime mondiali nel programma, quattro quelle internazionali, quattro le opere prime, quattro le opere seconde, più di 15 le nazionalità in appena 12 film e tre eventi speciali: Francia, USA, Canada, Argentina, Spagna, Italia, Belgio, Iran, Norvegia, Georgia, Palestina, Danimarca, Serbia, Cina, Pakistan, Taiwan...
Tutto il mondo è di scena nella seconda edizione delle Giornate degli Autori, nate nel 2004 sul modello della Quinzaine des Réalisateurs di Cannes e del Forum des Jungen Films di Berlino.
A Venezia, nell’ambito della 62. Mostra Internazionale del Cinema, dall'1 al 10 settembre, tra il Casinò (Sala Perla) e la Villa degli Autori (a due passi dall'Hotel Excelsior).
Dopo il successo della prima edizione, dedicata al cinema europeo in occasione dell’Unione a 25 paesi e dopo l’affermazione internazionale di molti dei titoli presentati (a cominciare dall’Oscar europeo per Darwin’s Nightmare di Hubert Sauper, vincitore del Label Europa Cinémas a Venezia), le Giornate degli Autori propongono quest’anno una selezione internazionale che conserva un “cuore” europeo ma si allarga alle culture, ai linguaggi, alla creatività del mondo intero.
i film
7 ans
Opera prima - 2006, 86', 35 mm, colore, Francia

Regia Jean-Pascal Hattu Sceneggiatura Jean-Pascal Hattu, Gilles Taurand e Guillaume Daporta Fotografia Pascal Poucet
Cast Valérie Donzelli (Maïté), Bruno Todeschini (Jean), Cyril Troley (Vincent), Pablo De La Torre (Julien), Nadia Kaci (Djamila)

sinossi
Maïté è sposata con Vincent che è stato appena condannato a sette anni di carcere. La sola intimità che è rimasta loro sono i momenti trascorsi nel parlatorio del carcere. Due volte a settimana lei va a prendere i suoi panni sporchi, li lava, li stira e glieli riporta.
Un giorno, all'uscita dalla consueta visita a Vincent, viene avvicinata da un uomo. Il suo nome è Jean. Jean la segue e le offre un passaggio. Inizialmente lei è titubante ma alla fine accetta. Diventano amanti ma gli intensi momenti che condividono (in un prato, un'auto) restano momenti rubati. Alla fine Maïté scopre che Jean è un secondino che conosce suo marito e che, addirittura, ha offerto a Vincent la sua protezione. Intrappolata tra desiderio e senso di colpa, si trova così coinvolta in un gioco a tre, le cui regole nessuno di loro ha veramente stabilito.


Azul oscuro casi negro
Opera prima - 2006, 105', 35 mm, colore, Spagna

Regia Daniel Sánchez Arévalo Sceneggiatura Daniel Sánchez Arévalo Fotografia Juan Carlos Gómez
Cast Quim Gutiérrez (Jorge), Marta Etura (Paula), Raúl Arévalo (Israel), Antonio de la Torre (Antonio), Héctor Colomé (Andrés)

sinossi
AzulOscuroCasiNegro (blu scuro, quasi nero) è uno stato d'animo, indica un futuro incerto, un colore. Un colore che a volte non riconosciamo perché può cambiare in relazione alla luce o al punto di vista. Un colore che ci ricorda che spesso ci inganniamo e che le cose spesso non sono come sembrano.
Jorge ha ereditato il lavoro del padre, dopo che questi è stato colpito da un ictus. Negli ultimi anni si è impegnato molto per occuparsi di suo padre, del suo lavoro e costruirsi una carriera.
Attraverso suo fratello Antonio conosce Paula con la quale stabilisce una strana relazione che lo spingerà a cercare di sentirsi meno responsabile per tutto e a tentare di seguire i propri desideri senza tener conto di ciò che gli altri si aspettano da lui. Tutto allora potrebbe essere diverso....oppure no.


Chicha tu madre
Opera prima - 2006, 93', 35 mm, colore, Perù / Argentina

Regia Gianfranco Quattrini Sceneggiatura Christopher Vasquez e Gianfranco Quattrini Fotografia Ivan Gierasinchuk
Cast Jesus Aranda (Julio Cesar), Tula Rodriguez (Katlyn), Pablo Brichta (Fabián), Jean Pierre Reguerraz (Sanguinetti)

sinossi
Julio Cesar, un lettore di Tarocchi per hobby, sopravvive facendo il taxista nella città di Lima, Perù. Quando scopre che sua figlia adolescente aspetta un bambino, intraprende un imprevedibile processo di transformazione, attraverso il quale capirà che, anche se non si è padroni del proprio destino, è possibile trovare una forma di salvezza.


Come l'ombra
Opera seconda - 2006, 87', girato in digitale, colore, Italia

Regia Marina Spada Sceneggiatura Daniele Maggioni Fotografia Sabina Bologna e Giorgio Carella con immagini di Gabriele Basilico
Cast
Anita Kravos (Claudia), Karolina Dafne Porcari (Olga), Paolo Pierobon (Boris)

sinossi
Il racconto ruota intorno alla storia di due donne: Claudia, trentenne che lavora in una agenzia di viaggi e la sera studia russo, e Olga, una ragazza ucraina un po’ più giovane. La vita di Claudia si svolge con una continuità abitudinaria a cui lei non oppone resistenza, solo le sue piccole manie fanno da contrappunto alla routine quotidiana. Una sera al corso di russo si presenta un nuovo insegnante di origine ucraina: Boris, di bell’ aspetto e dall’aria intelligente. Tra Boris e Claudia si stabilisce poco a poco una certa attrazione. La scuola finisce e l’avvicinarsi dell’estate, spinge Claudia a progettare una vacanza in Grecia con l’amica Sonia e il fidanzato di lei. Una sera di fine luglio ritorna a farsi vivo Boris che in realtà va a trovarla con uno scopo preciso: deve trovare un posto dove sistemare una “cugina” che è venuta dall’Ucraina a cercare fortuna. Claudia è titubante ma alla fine accetta di ospitarla, anche se solo per pochi giorni. Nella vita di Claudia arriva così Olga, tra le due si stabilisce, dopo una naturale diffidenza iniziale, un rapporto di complicità. Claudia riconsidera la sua esistenza stimolata dalla naturalezza con cui Olga agisce. Qualche giorno prima della partenza per la Grecia, tornando a casa, Claudia non trova Olga. Aspetta ansiosa ma lei non torna neanche il giorno dopo...


Falkenberg Farewell
Opera prima -
2006, 91', 35 mm, colore, Svezia / Danimarca

Regia Jesper Ganslandt Sceneggiatura Fredrik Wenzel e Jesper Ganslandt Fotografia Fredrik Wenzel
Cast Holger Eriksson, David Johnson, John Axel Eriksson, Jesper Ganslandt, Jörgen Svensson

sinossi
E' l'ultima estate a Falkenberg. Cinque amici d'infanzia diventati adulti. David che desidera tornare bambino e Holger che non vorrebbe andar via. Due amici del cuore che scappano nella foresta verso l'oceano per sfuggire il futuro.
Jesper che ritorna, senza che nessuno si sia veramente accorto della sua assenza. Jörgen che finanzia la sua impresa di catering, "Colazione a letto" svaligiando appartamenti. E John, sempre di cattivo umore, che ancora crede che sia il bacon a renderlo felice. Il futuro appare all'orizzonte, ma nessuno di loro sarà lì per vederlo.
Falkenberg Farewell - un film sull'amicizia e i ricordi e su un addio decisivo alla piccola città vicina al mare.
recensione
Per cinque amici d'infanzia divenuti adulti è l'ultima estate a Falkenberg, la cittadina sul mare in cui sono nati e cresciuti. Il passaggio alla maturità li aspetta, come una ghigliottina aspetta il condannato al momento dell’esecuzione. Cinque amici che si sono scelti reciprocamente. Prima ancora di scegliersi la ragazza, il lavoro, il futuro. Ma non si può restare sempre bambini. Si cresce. Si cambia. E appigliarsi al passato non serve più a molto. Purtroppo il futuro incombe e le strade per ognuno si separano. David desidera restare bambino e si rifugia nel rincuorante mondo dei ricordi. Holger non vuole andar via dal suo paese pur rendendosi conto che lì per lui non c’è futuro. Jesper è appena ritornato ma è come se in realtà non se ne fosse mai andato. Jörgen è ancora una testa calda con l’hobby di svaligiare bungalow. John si sveglia sempre di malumore e mangia solo bacon illudendosi che questo grasso alimento lo renda felice. Il futuro appare per tutti e cinque all'orizzonte ma nessuno di loro sarà lì ad accoglierlo.
Falkenberg Farewell. Addio Falkenberg. Triste saluto di un mondo che a poco a poco ci abbandona. Il mondo puro ed ingenuo dell’infanzia. Senza impegni. Senza responsabilità. Pullulante di libertà. E incoscienza. Quando si è piccoli non si aspetta altro che diventare grandi e quando si è grandi si rimpiange quell’età spensierata che non tornerà più. La purezza di Falkenberg con il suo placido mare e le sue silenziose foreste non rispecchia più la purezza degli animi dei cinque ragazzi. Falkenberg è sempre uguale a se stessa, non ha subito alcuna modifica nel corso degli anni. I cinque ragazzi invece sono stati costretti, volenti o nolenti, a modificarsi dentro. A guardarsi intorno nella consapevolezza che tutto quanto prima o poi finirà. Tutti tranne uno, David, che si aggrappa al passato, incapace di allontanarsi dai ricordi che ha scolpiti come tatuaggi nella mente e che gli impediscono di sentirsi adulto. C’è chi ha progetti, c’è chi non ha idea di cosa fare e c’è chi sogna di scappare. Ma David è l’unico del gruppo che si ostina a non voler cambiare davvero, a restare quello di sempre (libero? Vero? Se stesso?) ma che deciderà di non affrontare il futuro togliendosi la vita e restando per sempre ancorato al passato.
[marco catola]


Khadak
Premio "Luigi De Laurentiis" Miglior Opera Prima
2006, 110', 35 mm, colore, Belgio/ Germania / Olanda

Regia Jessica Woodworth e Peter Brosens Sceneggiatura Jessica Woodworth e Peter Brosens Fotografia Rimvydas Leipus Cast Khayankhyarvaa Batzul (Bagi), Dagvadorj Dugarsuren (Madre), Byamba Tsetsegee (Zolzaya), Banzar Damchaa (Nonno), Dashnyam Tserendarizav (Shamana), Enkhtaivan Uuriintuya (Nara), Namsrai Otgontogos (Psichiatra)

sinossi
Ambientato nelle gelide steppe della Mongolia, The Colour of Water racconta la storia epica di Bagi, un giovane nomade destinato a diventare sciamano. Un’epidemia colpisce gli animali e i nomadi sono costretti a spostarsi verso desolate città minerarie. Bagi salva la vita di Zolzaya, un’affascinante ladra di carbone e insieme scoprono che l’epidemia era un inganno messo in atto per debellare il nomadismo. Ne segue una sublime rivoluzione.

recensione
Khadak racconta la storia epica di Bagi, un giovane nomade che fa il pastore nelle sterminate lande della Mongolia. Bagi ha un misterioso dono: è in grado di udire a distanza gli animali. Durante un pascolo ha un’inquietante premonizione e viene colpito da una crisi epilettica. Una sciamana lo soccorre e al suo risveglio gli annuncia che il suo destino è diventare egli stesso uno sciamano. Bagi non le crede ma nel frattempo qualcosa di terribile sta per accadere. Una tremenda epidemia colpisce la sua regione, i suoi animali vengono messi in quarantena e i nomadi sono costretti a spostarsi verso desolate città minerarie. Bagi salva la vita di una giovane ladra di carbone, Zolzaya, insieme alla quale scoprirà l’epidemia era solo un inganno messo in scena per debellare il nomadismo. Ne seguirà una sublime rivoluzione…
Ambientato nelle gelide steppe della Mongolia, Khadak è un meraviglioso viaggio attraverso il cuore e la mente di un giovane verso il suo destino di sciamano. Bagi non accetta la sua identità e la rifugge. Continue visioni gli preannunciano il suo legame eterno con il cielo ma Bagi sembra non fidarsi del proprio istinto. In realtà non è ancora in grado di rapportarsi con l’universo naturale che lo circonda. Come tutti i giovani ha perso il contatto con le tradizioni del luogo e si è progressivamente allontanato dalla natura. Le sue crisi epilettiche lo rendono un diverso da curare e rinchiudere. La flebile soglia che separa la sanità dalla follia è facile da superare. Ma l’anelito alla libertà è più forte di qualsiasi isolamento. Bagi finisce in un ospedale psichiatrico ma il suo dono gli permetterà di ribellarsi al sistema che lo vuole malato a tutti i costi.
Una favola moderna che è sì frutto della fantasia dei due registi-sceneggiatori ma che affonda le sue radici nel reale. In Mongolia sciamanesimo ed epilessia sono stati intrecciati per secoli. Il film ha una struttura tutt’altro che semplice tesa ad indagare la realtà mongola sotto due aspetti: uno puramente politico (il passaggio dal socialismo al capitalismo) e l’altro squisitamente spirituale. E quest’ultimo è decisamente più suggestivo, quasi impercettibile, evasivo. Volutamente estraneo al nostro modo di concepire la vita. Più simile alla dimensione onirica, delirante, immaginaria. A tratti anche indecifrabile.
Khadak è il drappo blu che viene usato per i rituali buddisti e che è simbolo del cielo, giudice supremo della verità e delle azioni umane.
[marco catola]


Special Screenings: omaggio a Christophe de Ponfilly

L’Etoile du soldat
2006, 100', 35 mm, colore, Francia / Germania / Afghanistan

Regia Christophe de Ponfilly Sceneggiatura Christophe de Ponfilly e RimTurki Fotografia Laurent Fleutot
Cast
Sacha Bourdo (Nikolai), Patrick Chauvel (Vergos), Mohammad Amin (Najmoudine), Igor Naryshkin (Valoudia)

sinossi
Afghanistan, 20 anni prima dell’11 settembre: il destino di Nikolai, un giovane soldato sovietico perduto in un conflitto che non lo riguarda. Imprigionato dai Moudjahidin afgani che gli erano stati descritti come dei mostri, diventerà Ahmad l’Afgano ed attraverserà la sconvolgente realtà che è diventata uno dei buchi neri della storia contemporanea.
recensione
L’11 settembre del 2001 un uomo solo sulle impervie montagne dell’Afghanistan apprende del sanguinoso attacco alle Torri Gemelle ma non ne sembra stupito. Quasi come se l’aspettasse… 20 anni prima di quel terribile giorno che avrebbe segnato (e cambiato) per sempre la storia del mondo quest’uomo era sempre in Afghanistan. Quest’uomo è Vergos, un giornalista francese che ha sempre girato documentari in questo Paese ed ha imparato delle verità rimaste fin troppo nell’ombra.
L’etoile du soldat è un reportage di finzione. E’ strutturato cioè come un documentario ma non è reale. O meglio la storia che porta sullo schermo si basa su fatti realmente accaduti ma è frutto della fantasia del regista-sceneggiatore Christophe De Ponfilly, peraltro scomparso proprio di recente. Vergos è il suo alter ego ed è attraverso i suoi occhi, filtrati dalla sua inseparabile cinepresa, che lancia uno sguardo sul passato raccontando la storia di Nikolai, un giovane soldato sovietico che viene imprigionato dai Moudjahidin afgani e che instaura con i suoi aguzzini un rapporto di intimitàtale da perdere la propria identità originaria e diventare Ahmad l’Afgano. Una volta liberato oltrepasserà i confini e arriverà in Pakistan. La storia di questo soldato russo è vera. De Ponfilly in uno dei suoi viaggi clandestini in Afghanistan aveva assistito alla liberazione da parte di Moussad di un prigioniero russo che era riuscito poi ad oltrepassare i confini. L’unica differenza è che il prigioniero nella realtà purtroppo venne ucciso mentre nel film si salva.
Al di là che si tratti di finzione o meno, il film di De Ponfilly è comunque necessario. Dopo l’11 settembre sull’Afghanistan è calato un velo di orrore e di menzogne. La follia mediatica conseguente agli attentati delle Torri Gemelle e l’ossessione del terrorismo che da quel momento si è diffusa ovunque ha gettato un’ombra indelebile sul popolo afgano. Chi pensa che gli afgani siano dei pericolosi fanatici, chi dei sanguinosi guerrieri, chi dei violenti pastori fermi all’età feudale. In realtà forse sono solo un popolo che tiene alla propria libertà. E alla propria dignità. E di fronte all’invasione delle proprie terre lotta con tutte le sue forze per non arrendersi al nemico. De Ponfilly, dopo numerosi documentari sull’Afghanistan, ricorre al cinema di finzione. Ma questo perché solo la fiction gli poteva permettere di ricostruire il passato, di unire universi differenti come quello russo e quello afgano, e coniugare più generi in una sola opera.
Interessante più eticamente e moralmente che non cinematograficamente, L’etoile du soldat apre uno spiraglio di verità nei confronti di una situazione culturale e sociopolitica che a tutt’oggi resta uno dei buchi neri più profondi della nostra storia ma ha il coraggio di insinuare anche il dubbio che forse il presente è quello che è perché il passato è stato quello che è stato. E nessuno, americani e russi compresi, è senza responsabilità. La verità è scritta nel passato. Non dimentichiamolo.
[marco catola]


La noche de los girasoles (Angosto)
Opera prima - 2006, 123', 35 mm, colore, Spagna

Regia Jorge Sánchez-Cabezudo Sceneggiatura Jorge Sánchez-Cabezudo Fotografia Ángel Iguacel
Cast
Carmelo Gómez (Esteban), Judith Diakhate (Gabi), Celso Bugallo (Amadeo), Manuel Morón (Negoziante), Mariano Alameda (Pedro), Vicente Romero (Tomás), Walter Vidarte (Amós), Cesáreo Estébanez (Cecilio), Fernando Sánchez-Cabezudo (Beni), Petra Martínez (Marta), Nuria Mencía (Raquel), Enrique Martínez (Julián )

sinossi
Pedro e Esteban sono due speleologi che giungono in un'area montuosa per esplorare una caverna e verificare quale sia il suo interesse scientifico. Gabi, la fidanzata di Esteban, li aspetta ai piedi della montagna. Ma quando i due escono dalla caverna, trovano Gabi in uno stato di terrore…


Mientras tanto
Opera seconda - 2006, 92', 35 mm, colore, Argentina / Francia

Regia Diego Lerman Sceneggiatura Diego Lerman e Graciela Spelanza Fotografia José Maria Gomez
Cast Valeria Bertucceli (Eva), Maria Merlino (Violeta), Claudio Quinteros (Mono), Sergio Boris (Dalmiro)

sinossi
Una storia corale nella Buenos Aires contemporanea. Un racconto in cui si intrecciano assurdamente le storie di vari personaggi. Un rompicapo fatto di vari pezzi. Una storia d’amore. Una singolare commedia romantica.

Violeta non sa ancora se vuole iniziare una nuova vita con Mono, il suo compagno, o se si vuole separare. Cerca indizi nei suoi sogni, nel passato di sua figlia Lupe, e nelle linee della sua mano… Ha bisogno di tempo per pensare e per decidere.


Offscreen
2006, 93', 35 mm, colore, Danimarca

Regia Christoffer Boe Sceneggiatura Christoffer Boe e Knud Romer Jørgensen Fotografia Nicolas Bro
Cast Nicolas Bro (Nicolas Bro), Lene Maria Christensen (Lene Maria Christensen), Christoffer Boe (Christoffer Boe), Jakob Cedergren (Jakob Cedergren), Trine Dyrholm (Trine Dyrholm)

sinossi
Nicolas Bro giganteggia nella parte di Nicolas Bro – un uomo intento a girare un film su se stesso. Il suo amico Christoffer Boe gli presta una telecamera e gli dice di riprendere tutto, un consiglio che Bro prende sin troppo alla lettera. Le sue continue riprese fanno impazzire sia sua moglie Lene che i suoi amici, e quando infine Lene decide di farla finita e si trasferisce a Berlino, Nicolas – ossessionato dal pensiero di riconquistarla e continuando a riprendere l’intero processo – inizia il suo inevitabile declino autodistruttivo. Il suo continuo riprendersi è talmente personale (e inquietante) che diventa impossibile discernere la verità dalla finzione.
recensione
Nicolas Bro, uno degli attori più promettenti del panorama cinematografico e teatrale danese, decide di girare un film su se stesso. Con la videocamera a mano, prestatagli dall’amico e regista Christoffer Boe, comincia a filmare ogni singolo attimo della propria vita concentrandosi sulla storia d’amore con la moglie Lene. Ma la donna non lo ama più e lo lascia. Pur di fronte ad una simile situazione, Nicolas non riesce più a staccarsi dalla videocamera e rimane ossessionato dal suo film a tal punto da precipitare in un abisso da cui sarà impossibile risalire…
Bro, che interpreta se stesso, è in realtà tutto questo film. Offscreen è Bro. La sua pingue mole corporea, il suo faccione tondo, la sua voce vibrante invadono lo schermo. E’lui il film, nient’altro che lui. Ma non si tratta di una mera operazione autoreferenziale dettata dal tipico narcisismo di un attore. Su consiglio di Boe, il regista di Deconstuction, film sulla decostruzione (e distruzione) della realtà con cui aveva vinto la camera d’or a Cannes qualche anno fa, Nicolas riprende tutto. Quasi in una sorta di autoreality. L’occhio della videocamera è sempre puntato su di sé 24 ore su 24 ma non c’è un premio alla fine. Nessuno è destinato a vincere. Se mai a perdere. Se stesso, la propria identità, la propria vita, la propria libertà.
Offscreen è l’albore del cinema: un uomo, la telecamera e il mondo che lo circonda. E non a caso è girato in digitale, il formato che ha elargito a tutti il diritto di girare un film e permesso ad un solo individuo di essere tutto quello di cui ha bisogno. L’attore diventa anche il regista ma anche il montatore. L’attore prende il posto di tutta la troupe tecnica. Rendendosi portavoce di un cinema paradossale, intelligente, tutt’altro che rassicurante. L’uomo con la macchina da presa è ormai diventato un animale malato, insano, pericoloso. La sua dipendenza dal senso visivo finisce per fagocitarlo senza pietà. Il cinema non è più liberatorio, terapeutico ma infettivo, contaminante, deleterio. Offscreen è il diario di un’ossessione in cui rispetto, morale e libertà vengono spazzati via dall’unico intento che ne giustifica l’esistenza: il vedersi. Vedere se stesso. Sempre.
Se ci fosse una coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile anche per i film delle Giornate degli Autori di sicuro se la aggiudicherebbe Nicolas Bro, insolito attore danese, wellesiano sia nella stazza che nel carisma, capace di mettersi a nudo come pochi altri, pedina melliflua di un gioco al massacro senza esclusione di colpi. [marco catola]


Rêves de poussière

Opera prima -
2006, 90', 35 mm, colore, Burkina Faso/ Canada/ Francia

Regia Laurent Salgues Sceneggiatura Laurent Salgues Fotografia Crystel Fournier
Cast Makena Diop (Mocktar), Rasmane Ouedraogo (Thiam), Fatou Tall-Salgues (Coumba), Joseph B. Tapsoba (Tidiane), Souleymane Zouré (Paté)

sinossi
Per sfuggire alla miseria dovuta dalla siccità e soddisfare i bisogni della sua famiglia, Mocktar, un contadino nigeriano, decide di andare a lavorare per una stagione in una miniera d'oro del Burkina Faso. Le condizioni di lavoro sono spaventose e la vita della piccola comunità oscilla tra rassegnazione e ossessione per l'oro. Oltre che con il padrone Amadé e con i suoi colleghi, il vecchio Thiam, il muto Paté e Tidiane, Mocktar fa amicizia con Tabassa, una prostituta, e con Coumba, una giovane vedova che spera di poter far andare sua figla da suo zio in Danimarca. Mocktar Dicko si abitua un po' alla volta alla sua nuova vita e finisce col perdere i suoi punti du riferimento. Il giorno in cui trova una pepita, rinuncia a tornare a casa e offre il denaro ricavato a Coumba.


WWW - What a Wonderful World
2006, 99', 35 mm, colore, Marocco/ Francia/ Germania 

Regia Faouzi Bensaïdi Sceneggiatura Faouzi Bensaïdi Fotografia Gordon Spooner
Cast Faouzi Bensaïdi, Nezha Rahil, El Mahdi Alaaroubi, Hajar Masdouki, Fatima Atiff

sinossi
Casablanca, città di contrasti, città al contempo modernissima e arcaica. Kamel è un killer che riceve i suoi incarichi via Internet. Chiama abitualmente Souad per fare l'amore aver portato a termine il suo lavoro e, ogni volta, Kenza risponde al telefono. Lei al mattino dirige il traffico ad uno degli incroci più grandi della città. Kamel finisce ben presto con l'innamorarsi della sua voce. Hicham, un hacker professionista che sogna di andare in Europa, si imbatte per caso negli ordini inviati a Kamel per i suoi incarichi.

recensione
Bensaïdi è il regista marocchino di Mille mesi, un film di qualche anno fa in cui il regista seguiva incessantemente un ragazzino con la sedia del maestro sulla testa tra le strade di Casablanca, presentato con successo nella sezione Un certain regard a Cannes e arrivato anche da noi in una manciata di sale. In questo suo nuovo film rimane al centro del suo sguardo Casablanca, città di contrasti e contraddizioni, al contempo modernissima e arcaica, location quasi infilmabile per la sua natura combinata di selvaggio west e realtà globalizzata. Nelle viscere di Kaza, come la chiamano chi la conosce bene e ci vive, si muove come un felino nella notte Kamel, un killer che riceve i suoi incarichi di morte via Internet. Tra un cadavere e l’altro trova il tempo di fare qualche chiamata erotica a Souad ma ogni volta che chiama è Kenza che risponde al telefono. Kenza è una poliziotta ma lui non lo sa come del resto lei ignora l’identità di Kamel. E soprattutto il suo mestiere. Kamel finisce ben presto per innamorarsi della sua voce. Nel frattempo Hicham, un hacker che sogna di andare in Europa, si imbatte per caso negli ordini inviati a Kamel per i suoi incarichi e infiltrandosi nella rete farà esplodere un bel putiferio.
Bensaïdi gioca con gli stereotipi e si diverte a sovvertire le regole. Questo WWW - What A Wonderful World è un vero ragazzaccio come lo definisce lui. Un film che beffardamente e consciamente mescola i generi senza rispettarne i codici e le aspettative. E senza assumersi un’identità definita. Film noir, melò, commedia romantica, dramma poliziesco. E’tutto questo insieme in una girandola di sentimenti, esplosioni, scontri, incontri e siparietti comici. Un ibrido in catalogabile ma gustoso. Un omaggio sincero al cinema e ai cineasti che lo hanno da sempre influenzato.
Memorabili il primo incarico di Kamel nella toilette degli uomini e l’incontro casuale tra Kamel e Kenza nell’ascensore. Da una cinematografia come quella marocchina non dispiace affatto trovare conferme di un mondo artistico vivido e talentuoso, ancora in grado di divertire sovvertendo. E di divertirsi. Un piacere disubbidiente e sregolato, di quelli che poderosamente se ne fregano di tutto e di tutti. [marco catola]

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