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“Non è facile parlare del proprio tempo,
dell’Italia di oggi, di questo nostro particolare
momento. Di quell’insopportabile scempio che è
lo spreco dei talenti e delle intelligenze di tanti ragazzi
meritevoli costretti alla fuga all’estero o alla
nuova schiavitù della sottoccupazione. Di una società
che sembra immobile nel preservare i privilegi di generazione
e di casta. Possono prevalere atteggiamenti moralistici,
di sdegno, di indignazione a priori, che rischierebbero
di trasformare l’ispirazione romanzesca di un film
in un’invettiva, in un pamphlet, o in un volantino
che si limita ad elencare rabbiose rivendicazioni. Noi
invece volevamo fare un film che fosse anche pieno di
curiosità, di spirito avventuroso e beffardo, nonostante
certe aziende un po’ mascalzone, cresciute negli
interstizi delle nuove leggi che consentono i contratti
a progetto e quindi l’attività lavorativa
precaria di tanti ragazzi e ragazze, e in generale certi
odiosi aspetti della società italiana, sembrerebbero
meritare la nostra condanna a priori. Raccontiamo le peripezie
tragicomiche di una ragazza colta in questo mondo per
lei sconosciuto, e glielo facciamo attraversare con occhio
clinico e curioso, ma anche carico di compassione, specie
verso quelle ragazze e quei ragazzi ignari che tutte le
mattine si mettono in moto per andare a conquistare la
loro manciata di euro, verso questa specie di paradigma
allegorico del mondo di oggi che è l’azienda
che abbiamo immaginato, la Multiple Italia.
Questo film è in fin dei conti l’occasione
per cercare di raccontare lo spirito del tempo, la società
odierna, la divaricazione tra cultura umanistica e i linguaggi
contemporanei, la sottocultura pop di origine televisiva,
che sembra essere diventata l’estetica e anche l’etica
di questi nuovi luoghi di lavoro.”
Una storia quasi vera
“Ci siamo ispirati a Il mondo deve sapere, il divertente
reportage satirico di una giovane scrittrice ragazza sarda
che si chiama Michela Murgia, che nasceva come un blog
per far conoscere al mondo, per l’appunto, la realtà
un po’ surreale dei call center di un’azienda
che commercializza aspirapolvere col metodo outbound delle
telefonate a domicilio. È stato per noi un materiale
documentario molto prezioso, che ci ha trasmesso il desiderio
di guardare a questa realtà penosa anche in un
modo vivace e con lo spirito curioso di una ragazza intelligente
e colta. E poi ci siamo sentiti liberi di inventare altri
personaggi come il sindacalista Giorgio Conforti, la telefonista
Sonia, il venditore esaltato Lucio 2, ma soprattutto di
immaginare la vita della nostra protagonista Marta, con
questo suo carattere spavaldo, pieno di orgoglio e di
fierezza, però allo stesso tempo animata da una
specie di compassionevole benevolenza verso le sue nuove
compagne di lavoro. Lei che era stata per anni chiusa
in biblioteca a studiare Heidegger e Hannah Arendt si
ritrova in un mondo dove ci si entusiasma per gli accessori
ultimo grido della capo-telefonista, dove si seguono con
grande passione le gesta tv de “Il grande fratello”.
Si avventura in questo mondo da clandestina, celando il
proprio curriculum, con una specie di desiderio di conoscenza
da filosofa, come in un viaggio emblematico, un’avventura
dentro la contemporaneità”.
Il
call center
“Abbiamo immaginato il call center di un’azienda
che abbiamo chiamato Multiple ispirandoci al sistema esistente
in quelle aziende che adottano il multilevel marketing,
cioè una specie di sistema piramidale dove il business
dell’azienda è soprattutto assumere giovani
ragazzi che portano in dotazione il loro portafoglio clienti,
ovvero i loro famigliari, le loro zie, le loro mamme.
L’azienda utilizza il ricatto psicologico e morale
di piazzare delle vendite alle persone care del giovane
neo assunto, per poi disfarsene non appena questo portafoglio
clienti, questa cerchia ristretta di persone care si è
esaurita. Questo mondo della Multiple ci è sembrato
allo stesso tempo portatore di una specie di allegoria
della nuova condizione umana del lavoro, delle aspettative
e del palpito che c’è dietro questi sorrisi
obbligatori di queste tante ragazze costrette a mostrarsi
allegre al telefono e di questi venditori costretti a
motivarsi come guerrieri senza scrupoli: in realtà
sono creature indifese e innocenti in balia del mascalzone
di turno, il quale a sua volta è sfruttato dai
suoi capi oltreoceano. Ne viene fuori un ritratto per
certi versi allarmante, buffo, ridicolo e toccante di
un’umanità piena di sgomento verso il futuro,
incapace di progettare una propria vita, i propri affetti
con famiglia e figli, di una generazione in balia di uno
sfruttamento insinuante e sottile che è più
vicino al plagio psicologico che alla tradizionale esplicita
arroganza padronale.”
Il
cast
Abbiamo adoperato un cast così speciale che ha
reso possibile la convivenza in questo film di toni diversi,
drammatici, tragici, civili, ironici e anche comici. Un
cast di attrici ed attori dei quali sono orgogliosissimo,
a partire da due miei vecchi amici, due vecchie glorie
dell’epoca dei miei esordi che tornano a recitare
con me, Sabrina Ferilli e Massimo Ghini.”... “Credo
che Sabrina, sulle prime, quando ha letto il copione,
si sia un po’ spaventata: si è resa conto
che aveva tra le mani un personaggio molto diverso da
quelli di eroina popolare piena di candore e generosità
che abitualmente si era trovata ad interpretare. In questo
caso si trattava di disegnare un personaggio con delle
luci e delle ombre, ma lei lo ha fatto con uno slancio
e una qualità speciale e geniale. Ha tirato fuori
delle corde che forse non conoscevamo ancora ma che io
immaginavo che lei avesse, tenebrose e patetiche, disegnando
questa Daniela e dando qualcosa forse anche del proprio
dolore e di una propria segreta tristezza a questo personaggio.
Massimo Ghini presta il suo sorriso gioviale
e la sua bella vociona da seduttore a Claudio, a questo
boss della Multiple che sembra presentarsi come una specie
di allenatore sportivo e di bonario papà di tutte
queste telefoniste e di tutti questi venditori, ma in
realtà è un uomo disperato con alle spalle
un divorzio terribile e con l’angoscia dei debiti:
lo cogliamo a piagnucolare da solo davanti ad un telefonino
perché la figlia sedicenne vuole rifarsi le tette
e in quel momento è splendido nel ritrarre la disperazione
e il patetismo di questa specie di allegro furfante.
Isabella Ragonese, che ho selezionato
dopo una lunga serie di provini, mi ha colpito subito
per la straordinaria somiglianza con il personaggio che
avevo in mente, che come lei è intelligente, colta,
ironica, spiritosa e gentile, non spocchiosa, capace di
interessarsi dei casi delle persone diverse da lei.
Micaela Ramazzotti ha conferito alla
sua Sonia una carica di verità e di vitalità,
un’allegria da cucciolo di cane scodinzolante che
nasconde l’angoscia e lo smarrimento. Le due ragazze
insieme danno vita ad una coppia molto buffa e commovente,
con la ragazza colta costretta quasi alla clandestinità
e questa ragazza madre ignorante e sciagurata, la telefonista
più “schiappa” di tutte, questa madre
più immatura della figlia, questa specie di Marilyn
Monroe di borgata, fiduciosa, entusiasta, bisognosa d’amore,
pronta ad entusiasmarsi per qualsiasi stronzo se la porti
a letto…
Con Valerio Mastandrea, poi, lavorare
è divertente come un gioco, ha una ferocia verso
i propri personaggi che a volte bisogna perfino trattenere,
perché è molto inclemente verso i ruoli
che interpreta ed in definitva verso se stesso: tende
a sfotterli e a sfottersi, e questa è una qualità
che hanno solo le persone le persone molto intelligenti.
Elio Germano è il fenomeno che
conosciamo. Quando lo avevo incontrato per la prima volta
per il mio film “N.” pensavo fosse anche nella
vita identico a Martino Papucci, il giovane idealista
dell’800 protagonista di quella storia, perché
si era così calato in quel personaggio, da vivere
quotidianamente con le tasche piene di poesie di Foscolo
e di Holderlin. Poi invece ho scoperto che può
essere in mille altri modi e che ha questa qualità
di trasformarsi anche fisicamente in quello che interpreta.
La
commedia all’italiana e “Tutta la vita davanti”
Abbiamo abbondantemente praticato il metodo della commedia
all’italiana, con il rispetto e la passione verso
un cinema ed un’estetica originalissima, che ci
appartiene e che racconta il nostro popolo e la nostra
gente con un linguaggio che non è né paternalistico
né pietistico, ma che mette al centro della scena
i protagonisti della nostra società e fa spesso
narrare le vicende da loro stessi. Sentivamo però
che per certi versi qualcosa di questa eredità,
di questo bagaglio narrativo, di stile, di linguaggio,
di humour e di tono non era più sufficiente per
raccontare quel qualcosa di nuovo che c’è
dentro lo spirito del nostro tempo, nella ferocia che
cova dietro i sorrisi obbligatori dei tanti giovani lavoratori
costretti ad attività di marketing, nel senso di
sgomento e di desolazione che sembra propagare anche dal
paesaggio di una Roma che può assomigliare di più
alla periferia di Miami, e che stringe il cuore. C’era
bisogno, quindi, di un mix di tenerezza e di ferocia,
di compassione e di perfidia, di passione umana e civile,
ma anche di uno spirito sinistro, da film noir, e in definitiva
di una certa spudorata propensione all’allegoria
e alla metafora. |
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Come è arrivata al
ruolo di protagonista di questo film?
Un assistente di Paolo Virzì mi aveva segnalato
a lui dopo avermi visto recitare a teatro un ruolo brillante
in una commedia, ha pensato che potessi essere credibile
nel lato comico del personaggio. Ho fatto un primo colloquio
con Paolo, non sapevo niente della storia e quando lui
mi ha chiesto come mai pur recitando da tempo abitassi
ancora a Palermo ho risposto che volevo tentare di terminare
gli studi universitari in filosofia: ho visto allora nei
suoi occhi un’espressione un po’ particolare
di felice sorpresa, ma non potevo immaginare che il personaggio
da interpretare sarebbe stato proprio quello di una laureata
in filosofia.. In seguito lui mi ha detto di avere deciso
di scegliermi quasi subito ma dopo questo primo incontro
è cominciata la trafila dei provini, tre o quattro,
credo, che lui dice di aver voluto per testare la mia
forza di volontà e la mia sicurezza...”
Ha
sentito che Marta era simile a lei in qualcosa?
Si, anche se nella finzione non arrivava da Palermo
ma dalla Toscana. Paolo mi chiedeva quale sarebbe stata
l’attitudine di una ragazza fuori sede palermitana,
isolana, che si trova alle prese con una metropoli,
in continente, e abbiamo cominciato così una
specie di riscrittura comune del linguaggio del personaggio.
Ricordo queste passeggiate con Paolo che mi faceva delle
domande in maniera molto naturale, non ci siamo messi
mai a tavolino a discutere, ma spesso lui mi mandava
un messaggio con un aggettivo che definiva meglio Marta,
una figura che forse nella pagina scritta era un po’
troppo idealistica ed eterea, un genio fatto solo di
testa: abbiamo lavorato quindi per darle un corpo...
Che
rapporto si è creato sul set con gli altri personaggi
e con gli attori he li interpretano?
Mentre giravo pensavo che nel corso della storia era
come se Marta si sottopone a vari incontri, a vari round
di pugilato con le diverse persone che incontra: incassa
colpo su colpo e sembra che stia perdendo la partita,
ma poi è lei a vincere quella finale. Uscendo
dall’Università Marta ha allenato il cervello
più che il cuore, i sentimenti e l’emotività
e quando incontra quello strano “animale”
che è Sonia, interpretato perfettamente da Micaela
Ramazzotti, non tenta di capirlo razionalmente perchè
quello è il primo incontro emotivo della sua
vita nuova, della vita che ha davanti. Con Micaela da
subito ho sentito grande sintonia, pur nell’assoluta
stonatura dei nostri toni, era come se suonassimo due
strumenti diversi che però stranamente si potevano
conciliare. Anche il “Lucio 2” interpretato
da Elio Germano fa parte di questo discorso, del mondo
nuovo che Marta scopre. Pur avendo scelto un’altra
strada rispetto a lei è comunque un suo coetaneo
e lei lo sceglie tra tutti non solo perché è
il venditore a lei abbinato ma anche perché sente
immediatamente per lui la stessa cosa che avverte per
Sonia, un affetto inspiegabile che non passa dalla testa,
a livello intellettuale, ma è soprattutto emotivo:
per lui prova una tenerezza estrema, fino a concederglisi,
in tutti i sensi. Per quanto riguarda il personaggio
di Daniela interpretato dalla Ferilli ho pensato subito
che fosse il rapporto su cui si doveva lavorare di più,
quello tra due donne di due generazioni diverse, che
si mettono a confronto e si specchiano l’una con
l’altra. Marta è la preferita di Daniela,
che la inquadra subito come una persona speciale che
potrebbe anche diventarle amica, ma poi alla fine questo
rapporto si va a rompere per colpa di una relazione
con il manager interpretato da Ghini, che per Marta
rappresenta l’emblema della Multiple, il capo,
l’unico che dà lavoro ai giovani e che
forse è anche in buona fede: il film non giudica
le persone ma la follia collettiva che ha contagiato
un po’ tutti per cui una persona del genere si
convince che offrendo un lavoro simile stia dando veramente
una grande occasione ai giovani e che lui è a
suo modo un benefattore...
Che
idea si è fatta del contesto sociale che viene
raccontato?
Non credo che la nostra sia una storia sui call center
perchè della vita racconta anche vari aspetti
diversi di questa 24enne Infatti il lavoro diventa qualcosa
di totalizzante, che investe tutti gli altri settori
perché se tu non hai una sicurezza lavorativa
anche gli affetti e i rapporti con gli altri sono instabili
e quindi credo che il lavoro flessibile, il fatto di
poter lavorare tutti e poter lavorare meno, sia sicuramente
qualcosa che non va demonizzata in assoluto ma che invece
nell’ambito di questa flessibilità sia
assurda la mancanza di sicurezze e di una rete protettiva
di diritti. Il film racconta bene come anche l’idea
diffusa per cui si lavora meno è un po’
un bluff perché è una vita comunque totalizzante:
un operatore di un call center o comunque un lavoratore
precario è impegnato magari per poche ore, poi
torna a casa e deve fare mille altri lavoretti, (come
Marta che fa anche la baby-sitter) e magari viene continuamente
“bombardato” dai messaggi dei suoi capi
che gli invadono completamente la vita: l’eventuale
vantaggio di poter fare tante altre cose è un
equivoco, in realtà non è assolutamente
così...
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Con
quale atteggiamento si è accostata a questo film?
Quando ho letto questo copione per la prima volta ho
sentito che c’era una vibrazione particolare che
non era legata soltanto al racconto di alcuni personaggi
ma a qualcosa in più, ho avuto l’impressione
di leggere un libro, mi è sembrata una bella
pagina di letteratura. Il mio personaggio, Daniela,
è la direttrice del call center che gestisce
il gruppo delle ragazze protagoniste della nostra storia:
essendo la più grande di tutte loro apparentemente
sembra la più forte ma si rivela un punto di
riferimento del niente e sul niente e quindi condivide
la sorte della giovane protagonista e delle altre ragazze:
forse è stata solo “incastrata” in
quel contesto prima delle altre e forse, paradossalmente,
tra loro è la più debole di tutte”.
Se non fosse stato Paolo Virzì penso che difficilmente
avrei accettato questo ruolo che segna per me un’inversione
di tendenza assoluta essendo l’antitesi esatta
dei caratteri che ho interpretato finora sempre tutti
molto positivi, eroine coraggiose, leali, senza dubbi
e senza macchie. Con Paolo mi sento sicura, mi sento
una sua creatura perchè è la persona che
mi ha dato alla luce nel mondo dello spettacolo grazie
al bellissimo ruolo pensato per me nel suo primo film,
“La bella vita”. In questa nuova occasione
lui mi ha subito tranquillizzato rassicurandomi sul
fatto che ero ancora una volta nelle mani giuste e che
avrei potuto affrontare al meglio questo passaggio.
I personaggi di Virzì non sono mai cattivi, la
loro caratteristica vincente è che sono sempre
pieni di poesia e di sentimento e quindi difficilmente
aridi: sono persone estremamente pulite anche quelle
che possiamo definire in maniera semplicistica i “cattivi”,
che lui racconta ed analizza sempre da un punto di vista
prima che si “macchino.
Sente questa donna in
qualche modo vicina o si tratta solo di un involucro
da riempire con la sua umanità?
Per un attore c’è una diversa stagione
per tutto e Daniela è un personaggio molto ricco
e “pieno” di cui mi sono innamorata subito.
Mi piace pensare che per interpretarla io abbia un pò
attinto per il suo tipo di durezza e quel carattere
fermo e un po’ “metallico”, ai personaggi
sempre piuttosto crudeli ma anche patetici e ricchi
di pathos interpretati spesso da un’attrice a
me molto cara come Joan Crawford. Oggi certi personaggi
portano naturalmente dentro un po’ il disagio,
la paura e l’insicurezza, tutte cose che quando
ero più giovane non sentivo. Man mano che gli
anni passano si dice che si diventa più saggi
e quindi anche più lucidi e forti ma per me invece
con l’età che avanza ci si indebolisce,
ci si confonde anche un po’. Daniela rappresenta
tutto questo, e in un certo senso mi ha fatto anche
un po’ da “amica del cuore”. Attraverso
lei ho avuto meno paura di tirare fuori tanti dubbi
e anche diverse incapacità e credo che questo
mio personaggio viva esattamente come lo vive Sabrina
Ferilli oggi.
Si
può dire che Daniela sia una donna dedita al
culto dell’apparenza perchè spaventata
dal confronto con la vita reale?
Virzì è il più ricettivo tra i
registi italiani, uno dei pochi oggi, forse l’unico
che mi viene in mente, in grado di raccontare la vita
per quella che è e non per quella che appare.
Tutti noi ci raccontiamo una vita e la facciamo ma non
è detto che visti ed analizzati prima di uscire
di casa siamo veramente così. A Virzì
piace raccontare proprio il momento prima della soglia
di casa e quello subito dopo, il dentro e fuori l’uscio
ed il suo è un compito molto difficile ma sicuramente
estremamente interessante. Questo film è il manifesto
di questo passaggio e la porta di casa simbolicamente
rappresenta questo contesto contemporaneo. Daniela,
ad esempio, si veste come tante arrampicatrici sociali
di oggi, è una ragazza piuttosto rampante che
si vede molto bella e molto seduttiva e probabilmente
non lo è. Rispetto al passato la cosa sorprendente
del momento storico che viviamo è che anche quelli
che sono pieni di problemi sono sempre carichi di griffe,
oggetti firmati e vestiti costosissimi e questo è
un altro controsenso terribile e crudele, per cui anche
un “disgraziato” può arrivare ad
avere un marchio importante da esibire però muore
di fame lo stesso... Quello che più mi ha colpito
in questo film è che questi ragazzi sono attanagliati
non solo dalla difficoltà di lavorare, ma dalla
pressione costante che viene fatta su di loro affinché
non pensino con la loro testa ma si allineino in una
fila disciplinata gestita non si sa bene da chi e per
conto di chi. Ecco questo è pericoloso esattamente
come la difficoltà oggi a trovare lavoro: tutto
sommato la precarietà ci può anche essere,
ma che non sia una precarietà mentale che escluda
la riflessione e l’impegno.
Come
si è trovata a recitare ancora una volta accanto
a Massimo Ghini?
Massimo è l’attore più generoso
con cui abbia mai lavorato fino ad ora, è un
interprete di razze e una persona perbene, e credo che
questo venga fuori. Può permettersi, infatti,
di recitare tanti ruoli da “cattivo” rimanendo
però un tipo tenero, uno che comunque anche rispetto
ai personaggi più antipatici si porta dietro
il consenso della gente. È stato molto emozionante
rivederlo insieme a Paolo sul set anche perchè
penso che questo film sia un po’ il proseguimento
–consapevole o meno- del nostro “La bella
vita” , raccontato dopo 10, 15 anni con una società
che cambia, con delle caratteristiche umane diverse,
ma esattamente con gli stessi volti dell’umanità.
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Ricercando le radici del Claudio che
interpreto in “Tutta la vita davanti” è
facile pensare al personaggio che avevo interpretato per
Paolo Virzi’ nel 1994 per la sua opera prima, “La
bella vita”. Gerry Fumo. All’inizio di quel
film io e Paolo ci dicemmo che doveva essere una specie
di “Ultimo dei mohicani”, l’ultimo figlio
degli anni 80, uno pseudo vincente che aveva una base
estremamente disperata e che dietro il suo aspetto ed
il suo impatto cinico, da approfittatore e da “cattivo”,
nascondeva invece una realtà tristissima che lo
rivelava un tipo molto solo. Nonostante le sue ambizioni
in linea con l’imperativo sociale tipico degli anni
80 del successo e dell’edonismo sfrenato, quest’uomo
non aveva combinato granchè ed era finito ad essere
un tristissimo divo di un tv privata di provincia, trascinato
nel gorgo di una passione amorosa per la protagonista
femminile, Sabrina Ferilli. Qualche anno dopo io e Paolo
ci siamo incontrati di nuovo, siamo cambiati e cresciuti-
in tutti i sensi- ma forse quegli archetipi per quanto
mi riguarda un pò rimangono, continuano a rimanere
vivi, perchè il Claudio odierno non incarna più,
ovviamente, l’uomo degli anni 80 ma la vera e propria
tragedia sociale sviluppatasi da allora attraverso gli
anni 90 fino ad oggi, cioè la perdita di un obiettivo
preciso, sia pure soltanto individuale (negli anni 80,
almeno, c’era il piacere di dire “mi costruisco
qualcosa”), e la diffusa trasformazione di tante
persone pronte ad essere solo al servizio di qualcuno
e del progetto di qualcun altro..
Quali
sono le caratteristiche di questo suo nuovo personaggio?
Claudio è alla guida di un call center che dirige
in maniera simpatica e dispotica contemporaneamente, contribuisce
alla creazione di un sogno che è però assolutamente
di plastica: scopriamo infatti che è lui stesso
una marionetta manovrata da qualcun altro, un potentissimo
grande capo che non vediamo nemmeno ma che sappiamo che
esiste, dall’altra parte dell’oceano. Claudio
è l’ultimo anello “alla periferia dell’Impero”
che si trova a manovrare ed a manomettere anche i cervelli
ma nel film non si assiste ad una distinzione netta tra
buoni e cattivi, piuttosto ad un’analisi accurata
che fa capire quando la disperazione a questo punto investa
tutto e tutti: analogamente al protagonista de “La
bella vita”, quindi, appare in un primo tempo in
un certo modo ma poi si rivela come un uomo afflitto da
una grande disperazione.
La
chiave scelta quindi è quella della commedia amara?
Amarissima, direi, perché così è
la realtà che oggi purtroppo molti giovani vivono.
Ognuno di noi attori aveva la responsabilità di
un personaggio ed ha cercato di costruirlo per quello
che serviva nel rapporto con gli altri: il mio mi è
piaciuto subito perchè, è un altro di quei
“meravigliosi stronzi” che Paolo riesce a
offrirmi, un tipo di personaggio che non ti capita spesso
ma che quando arriva ti da’una grande soddisfazione”.
La nostra storia propone poi anche uno sguardo attento
e critico nei confronti del sindacalismo e spero che questo
segnale arrivi a che di dovere perché anche in
quell’ambiente sarebbero necessari un po’
di autoanalisi un pò di cambiamento. Credo che
nel cinema italiano abbiamo tutti oggi il dovere di recuperare
lo spazio e il tempo perduto, di ricominciare a raccontare
storie che affrontino non soltanto il mondo operaio, ma
l’intero mondo del lavoro. La recente e reiterata
rappresentazione della borghesia italiana spesso e volentieri
mi ha annoiato e non è un caso che io mi sia tenuto
e sia stato tenuto fuori da tanti progetti, è accaduto
proprio perché ho sempre dichiarato questa mia
mancanza di partecipazione emotiva sull’argomento.
Che
tipo di’intesa si è ricreata sul set tra
lei e Sabrina Ferilli?
Ottima, ogni volta che lavoro con lei sento e so che alla
fine verrà fuori qualcosa di interessante e di
importante. Recitare con Sabrina è come duettare
con una cantante di cui hai fiducia o giocare a tennis
con un grande tennista o dividere un’esperienza
con una persona con la quale oramai non hai bisogno di
dirti tante cose: tra noi c’è un feeling
molto forte, insomma, e in questa occasione mi sono piaciuti
molto la sua impostazione da dark lady e lo strano ed
ambiguo rapporto che c’è tra il mio ed il
suo personaggio. I due poi nel rapporto con gli altri
non hanno nemmeno realmente “tutta la vita davanti”,
quindi appaiono ancora più penosi e rappresentano
il massimo della disperazione, ma questa società
non vuole neanche questo, non accetta la morte, la vecchiaia,
la malattia, non accetta niente e meno che mai può
accettare la rappresentazione della disperazione tanto
più quella giovanile, rimossa e cancellata con
un ottimismo ottuso e di facciata. Il film però
non divide i buoni dai cattivi, mette tutti sullo stesso
piano e dà ad ognuno responsabilità, colpe
ed giustificazioni.
Che rapporto si è
creato invece con Isabella Ragonese?
Nonostante lei sia al suo debutto nel cinema ho trovato
una professionista serissima, una ragazza che viene da
una grande scuola come quella del teatro, un’esperienza
che tutti i ragazzi che vogliono recitare nel cinema dovrebbero
fare, visto che parliamo di giovani che hanno tutta la
vita davanti. Pur trovandosi in un contesto ricco di artisti,
di attori e di situazioni molto diversi Isabella ha messo
a disposizione di tutti questa sua esperienza con grande
apertura e grande disponibilità.
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Chi
è il Giorgio Conforti che interpreta, che idea
ha avuto di lui, come lo ha costruito?
E’ un sindacalista d'assalto, che crede in quello
che fa. Sulla carta è un personaggio molto invadente
ma non nel senso negativo del termine, è solo un
tipo molto euforico, entusiasta delle lotte in cui è
immerso per cui s’impegna molto anche se nessuno
sembra credergli. Dopo averlo interpretato e conosciuto
penso che sia un tipo puro, un uomo onesto, non è
un traffichino con una sua strategia di vita, non è
un calcolatore, è semmai un sempliciotto. E’
poi anche un uomo con un lato debole, molto debole, che
è quello dell’essere condizionato dalle donne
e nel corso della storia nascerà un rapporto particolare-
ma non una storia d'amore- tra lui e Marta, la protagonista
del nostro film che è ricco di personaggi simbolici,
tutti impegnati a lottare per qualcosa, ognuno all'interno
della propria storia personale, e tutti osservati attraverso
lo sguardo a 360° di Marta, con i suoi occhi che rappresentano
anche quelli del pubblico, innocenti e impauriti ma pieni
di speranza. Per tornare a Giorgio c’è una
sua evanescenza finale, è come se alla fine tutto
quello che fa si risolve, quasi sempre, in una bolla d’aria
e quindi è un personaggio “tragico”,
nel senso che è poi uno che ci prova e ci riprova
e poi si ritrova sempre in mano un pugno di mosche..
Con
questo film lei è tornato a lavorare con Virzì
a due anni da “N.”. Che rapporto si è
creato questa volta?
Devo premettere che amo il mio lavoro perché mi
consente di vivere a pieno le mie emozioni ma non posso
non notare come l’epoca che viviamo offre ai ragazzi
dei lavori che blindano del tutto ogni emozione. In questo
senso credo che questo sia un film necessario, ancora
di più perché lo racconta Paolo che riesce,
con ironia e comicità, a mandare un messaggio forte
ad ogni tipo di pubblico perché le sue sceneggiature
sono fruibili per tutti.
Paolo per me non è un’autorità con
la quale misurarsi ma sul set diventa un complice in tutte
le dimensioni: io e lui insieme diventiamo molto pericolosi
perché ci spalleggiamo su certe cose e abbiamo
un grosso senso del limite rispetto ad altre. Anche in
questa occasione con lui c’è stato soprattutto
tanto divertimento, penso che questo sia alla base sia
del mio lavoro che del suo. La sua caratteristica è
di proteggere tutti i suoi personaggi, anche i più
negativi, che poi pero’ non lo sono quasi mai perché
c’è sempre un motivo per amarli ed apprezzarli,
non solo per compassione. E’ come se ti ritrovi
ad abbracciare qualcuno che magari però ha strumenti
diversi dai tuoi per reagire alle difficoltà ed
alle ingiustizie della vita.
Che
tipo di Roma ha descritto questa colta Virzi’?
E’ innanzitutto una città molto interessante
da un punto di vista fotografico, una vera apoteosi della
perdita dell’identità perché gli ambienti
attraversati dai personaggi sono “non luoghi”-
come l’Eur dell’epoca in cui fu costruito-
e spazi freddissimi in cui vivere. Quando si parla di
precarietà, non bisogna pensare a qualcosa di esclusivamente
materiale ma ad una perdita di riferimenti, ad una precarietà
dell’anima che finisce con l’ammazzarti…
Pensa
che il film fotografi adeguatamente la realtà sociale
odierna?
Credo che la storia non affronti soltanto il problema
del lavoro, ma rappresenti un certo tipo di persone dell’epoca
che viviamo, popolata com’è di esseri umani
che cercano una propria dimensione, a partire da un personaggio
come Marta- una ragazza che ha degli strumenti culturali
diversi dagli altri per poter reagire o comunque per criticare
il mondo in cui vive- mentre altri subiscono le avversità
e basta. Penso sia un film che possa far riflettere su
quanto sia complicato oggi trovare degli stimoli per vivere
felici, il che vuol dire anche fare un mestiere che ti
piace e avere dei progetti sul tuo lavoro e non solo portare
i soldi a casa, qualcosa che faccia bene anche all’anima
delle persone. Oggi questo aspetto emotivo del lavoro
è completamente sommerso e dimenticato: innanzitutto
le persone sperano di lavorare, poi se fanno un lavoro
che a loro non piace e in cui vedono tutto quello che
vedono e subiscono quello che sono costrette a subire,
è inevitabile che finiscano col non stare bene…
Che
clima si è instaurato in scena con la protagonista
Isabella Ragonese?
E’ stato un incontro alla pari, ma questo non è
avvenuto perché io e lei siamo persone corrette,
oneste e brave. È accaduto soprattutto per merito
di Paolo, che ha voluto sottoporre sia lei che me ad un
doppio provino incrociato, anche per veder che tipo di
intesa avevamo in scena. Poi, una volta arrivati sul set,
lei non mi è sembrata affatto un’attrice
alle prime armi dal punto di vista cinematografico, c’è
stata invece una curiosa sintonia, abbiamo preso le stesse
note su certe cose, io le ispiravo certi tempi e poi lei
se li è vissuti e giocati molto bene. Nel corso
della storia Conforti sta sempre “addosso”
a Marta, la insulta continuamente perché ormai
non è più un ragazzino come lei: è
stata, ripeto, una bella occasione per lavorare davvero
alla pari, il che è fondamentale: il nostro mestiere-
e non parlo solo di quello che riguarda gli attori- ha
questa bella caratteristica di mettere tutti sullo stesso
piano e senza bisogno di cercare il confronto, che arriva
automaticamente.
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Come
si è avvicinato al suo personaggio e cosa ne pensa?
Si chiama Lucio 2 ed è un tipo che sostanzialmente
è già arrivato secondo dall’inizio,
perché quando è entrato nel call center c’era
già un Lucio e si è meritato questo soprannome:
è interessante perché viene subito inserito
in un sistema numerico in cui c’è uno che viene
davanti e uno che viene dopo, quindi lascia già presagire
qualcosa del personaggio. Lucio 2 crede fortemente in un
mondo dove i valori, se così possono essere chiamati,
sono quelli della competizione, del successo, del primeggiare,
dell’accumulare vittorie sotto forma di denaro e questo
è già è molto simbolico. Attraverso
questo personaggio non volevo raccontare solo chi lavora
in un call center, ma mi interessava riflettere su un certo
modo di porsi rispetto al lavoro che coinvolge tutti: Lucio
2 vende soltanto vestiti, da soltanto queste fregature da
1500 euro, ma ci sono alcuni mestieri in cui tutto questo
è più pericoloso, penso a un medico che invece
di operare le persone si fa pagare 30.000 euro e ne le lascia
15 in corsia.. Il personaggio segue poi un arco particolare
perchè ad un certo punto quando lo sfiora un po’
di umanità grazie ad una storia d’amore sbagliata
si innesca una sorta di corto circuito che alla fine lo
fa esplodere: questo infatti è un sistema che va
bene solo per le macchine e che non prevede che entri in
gioco il fattore umano...
Che
cosa pensa dei temi che il film mette in campo?
Il precariato è una cosa che condividiamo tutti,
non è più un termine così…
distante, penso che dovremmo tutti impostarci di nuovo
su una scala di necessità diverse da quelle che
abbiamo creduto valide fino a questo momento. Abbiamo
visto tutta una generazione crescere e svilupparsi in
nome dell’idea dell’accumulazione del denaro,
del far crescere se stessi e i propri figli rinunciando
spesso all’umanità ed alle cose più
sane della vita e secondo me non abbiamo ottenuto un buon
risultato. La sicurezza che manca non è soltanto
lavorativa ma è quella di sentirsi al mondo parte
di una collettività: ognuno lavora su un proprio
binario ed è questa è la forma di precariato
più grande.
Che
tipo di lavoro comune c’è stato con Virzì?
Con Paolo abbiamo riflettuto sulla base di alcuni stereotipi
e modelli, abbiamo pensato ai venditori delle agenzie
che hanno una divisa ed ai quali sono state insegnate
ed inculcate delle modalità tutte uguali: i criteri
per vendere una casa, ad esempio, sono qualcosa di molto
interessante che permette di accumulare indizi su chi
studia la maniera giusta di porsi per essere convincente.
E poi abbiamo giocato chiaramente a inventare il personaggio,
a scrivere delle cose che potessero essere rappresentative
di una persona con questo tipo di forma mentale, con un
modo di rapportarsi agli altri che per lui è sempre
“schermato”. Mentre c’è chi riesce
a “staccare” dalla mentalità legata
solo al lavoro Lucio, invece, vive, dà tutto se
stesso per quel tipo di gioco, per cui anche nei rapporti
umani è distante, compresso, freddo e finto, sorride,
cerca di passare per quello che è il suo lavoro
e il suo schema mentale. Nonostante che per quel tipo
di assurda competizione lui avesse coinvolto e fatto indebitare
i propri familiari a un certo punto però si rende
conto che tutte le sue fatiche servivano solo a fare arricchire
qualcun altro. Inizia allora a farsi delle domande ed
accade qualcosa che lo fa esplodere e comunque lo fa cambiare.
E’
la seconda volta che lei recita con Virzì dopo
aver interpretato il giovane protagonista idealista ed
iconoclasta di “N.”: qual è la chiave
della vostra intesa?
Con Paolo ho un rapporto di grande fiducia, così
come accade a tutti gli altri attori che si fidano molto
della sua capacità di costruzione, della maniera
in cui mette in scena le cose e del suo ritmo eccitato,
con quell’andrenalina che poi ti mette in circolo
e diventa coinvolgente e alla fine è bellissimo
per tutti partecipare al suo “teatro”. Per
me il cinema di Virzì è sempre importante
perché lo è quello che fa lui rispetto alla
commedia all’italiana, portando avanti una tradizione
che si è persa per tanti anni e di cui oggi è
un portabandiera. E’ il cinema che parla di noi,
del nostro popolo, e non cerca di imitare altre culture
cinematografiche e questa è la cosa più
bella che un film possa fare.
Come si è trovato
con Isabella Ragonese?
E’ un’attrice fantastica, sono molto contento
che Paolo l’abbia scelta. In un cinema in cui i
produttori pretendono solo e sempre attrici famose che
danno la sicurezza del botteghino, o persone che hanno
avuto già un certo successo, preferire un’attrice
teatrale piuttosto sconosciuta è stata una decisione
che condivido molto da un punto di vista “politico”
e nei risultati: fa sempre piacere lavorare con qualcuno
che proviene da un’esperienza simile e che ha quindi
le basi giuste ma poi evidentemente si è trattato
di un’ottima scelta funzionale al film.
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Che cosa
ha provato quando è stata scelta per questo film?
Quando sono andata a fare il provino Paolo Virzi mi ha
detto che Sonia ero io e mi ha dato immediatamente il
copione da studiare e quando l’ho letto, mi sono
emozionata moltissimo. Sonia è un personaggio complesso
su cui ho lavorato molto perchè doveva sembrare
naturale. In scena, infatti, dovevo fare contemporaneamente
tantissime cose: fumare continuamente, muovermi in modo
schizofrenico, essere insieme giocosa, scherzosa, commovente,
struggente e sexy ma anche rivelare di essere fragile
e tutto questo non era affatto facile da rendere insieme.
Poi abbiamo lavorato molto sulla voce particolare di Sonia,
una voce roca e bassa da fumatrice di 40 sigarette al
giorno e la cosa difficile per me era anche dovere anche
urlare con quei toni alterati. Sul set dovevo quindi ricordarmi
sempre di modularla in maniera particolare oltre a ricordarmi
di fumare, di muovermi in continuazione, di avere sempre
uno sguardo candido ed innocente, anche stupidotto se
vogliamo. Perchè Sonia è anche stupida,
ma è buona e piena d’amore e non ha mai un
secondo fine.
A
chi e a cosa si è ispirata per costruire il personaggio?
Ho tenuto presente soprattutto i bambini e gli animali,
sembrerà assurdo ma è così. Per me
che non ho figli il lavoro e lo studio particolare erano
nel riuscire ad essere credibile come madre ma questo
era complicato dal fatto che si trattava di una madre
piuttosto snaturata mentre paradossalmente sua figlia
Lara è molto più matura di lei che è
solo una bambina cresciuta ritrovatasi madre un po’
per caso. Sonia fa dei disegni particolari quando si muove,
ti annusa come un cane, ti guarda sempre con questo candore
molto animale, ha una grande gestualità e comunica
tanto con il corpo.
Come
si è trovata con Virzì?
Paolo è un autore capace, energico, intuitivo,
geniale, mi ha colpito molto perché scrive delle
sceneggiature innovative e rende comunque pieni di fascino
i personaggi che hanno tutti un loro carisma, compresi
quelli antipatici o cattivi e quelli più folli.
E’ un regista che riesce poi a lavorare tantissimo
con gli attori: io quando sono arrivata sul set ero Sonia
già da diverso tempo perchè lavoravamo sul
film da varie settimane, lui riesce ad ipnotizzarti, ti
dice quelle due-tre frasi chiave e riesce ad aprire tutte
le porte. Sonia coinvolge nel lavoro al call center la
protagonista Marta, una ragazza laureata che arriva a
Roma con tanti sogni in testa ma poi alla fine si rende
conto che non è così la vita e che la realtà
romana ed italiana è ben diversa. Sono due personaggi
diversissimi tra loro che hanno però in comune
una grande bontà d’animo di fondo: anche
Marta è davvero buona, è sempre piena anche
lei di stupore, ed è un personaggio che “subisce”
sempre.
Si
è identificata con la sua Sonia in qualche modo?
Purtroppo oggi il precariato è una vera malattia
nel nostro Paese e a viverla sono proprio i giovani. Io
cerco di fare l’attrice da più di metà
della mia vita, sono 15 anni che vivo anche io nel precariato
e conosco quasi esclusivamente ragazzi che hanno contratti
che durano solo sei mesi. Questa problematica oggi la
vive la maggior parte dei giovani ed è qualcosa
di veramente triste che ti deprime toglie qualsiasi energia.
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