“Non è facile parlare del proprio tempo, dell’Italia di oggi, di questo nostro particolare momento. Di quell’insopportabile scempio che è lo spreco dei talenti e delle intelligenze di tanti ragazzi meritevoli costretti alla fuga all’estero o alla nuova schiavitù della sottoccupazione. Di una società che sembra immobile nel preservare i privilegi di generazione e di casta. Possono prevalere atteggiamenti moralistici, di sdegno, di indignazione a priori, che rischierebbero di trasformare l’ispirazione romanzesca di un film in un’invettiva, in un pamphlet, o in un volantino che si limita ad elencare rabbiose rivendicazioni. Noi invece volevamo fare un film che fosse anche pieno di curiosità, di spirito avventuroso e beffardo, nonostante certe aziende un po’ mascalzone, cresciute negli interstizi delle nuove leggi che consentono i contratti a progetto e quindi l’attività lavorativa precaria di tanti ragazzi e ragazze, e in generale certi odiosi aspetti della società italiana, sembrerebbero meritare la nostra condanna a priori. Raccontiamo le peripezie tragicomiche di una ragazza colta in questo mondo per lei sconosciuto, e glielo facciamo attraversare con occhio clinico e curioso, ma anche carico di compassione, specie verso quelle ragazze e quei ragazzi ignari che tutte le mattine si mettono in moto per andare a conquistare la loro manciata di euro, verso questa specie di paradigma allegorico del mondo di oggi che è l’azienda che abbiamo immaginato, la Multiple Italia.
Questo film è in fin dei conti l’occasione per cercare di raccontare lo spirito del tempo, la società odierna, la divaricazione tra cultura umanistica e i linguaggi contemporanei, la sottocultura pop di origine televisiva, che sembra essere diventata l’estetica e anche l’etica di questi nuovi luoghi di lavoro.”

Una storia quasi vera
“Ci siamo ispirati a Il mondo deve sapere, il divertente reportage satirico di una giovane scrittrice ragazza sarda che si chiama Michela Murgia, che nasceva come un blog per far conoscere al mondo, per l’appunto, la realtà un po’ surreale dei call center di un’azienda che commercializza aspirapolvere col metodo outbound delle telefonate a domicilio. È stato per noi un materiale documentario molto prezioso, che ci ha trasmesso il desiderio di guardare a questa realtà penosa anche in un modo vivace e con lo spirito curioso di una ragazza intelligente e colta. E poi ci siamo sentiti liberi di inventare altri personaggi come il sindacalista Giorgio Conforti, la telefonista Sonia, il venditore esaltato Lucio 2, ma soprattutto di immaginare la vita della nostra protagonista Marta, con questo suo carattere spavaldo, pieno di orgoglio e di fierezza, però allo stesso tempo animata da una specie di compassionevole benevolenza verso le sue nuove compagne di lavoro. Lei che era stata per anni chiusa in biblioteca a studiare Heidegger e Hannah Arendt si ritrova in un mondo dove ci si entusiasma per gli accessori ultimo grido della capo-telefonista, dove si seguono con grande passione le gesta tv de “Il grande fratello”. Si avventura in questo mondo da clandestina, celando il proprio curriculum, con una specie di desiderio di conoscenza da filosofa, come in un viaggio emblematico, un’avventura dentro la contemporaneità”.

Il call center
“Abbiamo immaginato il call center di un’azienda che abbiamo chiamato Multiple ispirandoci al sistema esistente in quelle aziende che adottano il multilevel marketing, cioè una specie di sistema piramidale dove il business dell’azienda è soprattutto assumere giovani ragazzi che portano in dotazione il loro portafoglio clienti, ovvero i loro famigliari, le loro zie, le loro mamme. L’azienda utilizza il ricatto psicologico e morale di piazzare delle vendite alle persone care del giovane neo assunto, per poi disfarsene non appena questo portafoglio clienti, questa cerchia ristretta di persone care si è esaurita. Questo mondo della Multiple ci è sembrato allo stesso tempo portatore di una specie di allegoria della nuova condizione umana del lavoro, delle aspettative e del palpito che c’è dietro questi sorrisi obbligatori di queste tante ragazze costrette a mostrarsi allegre al telefono e di questi venditori costretti a motivarsi come guerrieri senza scrupoli: in realtà sono creature indifese e innocenti in balia del mascalzone di turno, il quale a sua volta è sfruttato dai suoi capi oltreoceano. Ne viene fuori un ritratto per certi versi allarmante, buffo, ridicolo e toccante di un’umanità piena di sgomento verso il futuro, incapace di progettare una propria vita, i propri affetti con famiglia e figli, di una generazione in balia di uno sfruttamento insinuante e sottile che è più vicino al plagio psicologico che alla tradizionale esplicita arroganza padronale.”

Il cast
Abbiamo adoperato un cast così speciale che ha reso possibile la convivenza in questo film di toni diversi, drammatici, tragici, civili, ironici e anche comici. Un cast di attrici ed attori dei quali sono orgogliosissimo, a partire da due miei vecchi amici, due vecchie glorie dell’epoca dei miei esordi che tornano a recitare con me, Sabrina Ferilli e Massimo Ghini.”... “Credo che Sabrina, sulle prime, quando ha letto il copione, si sia un po’ spaventata: si è resa conto che aveva tra le mani un personaggio molto diverso da quelli di eroina popolare piena di candore e generosità che abitualmente si era trovata ad interpretare. In questo caso si trattava di disegnare un personaggio con delle luci e delle ombre, ma lei lo ha fatto con uno slancio e una qualità speciale e geniale. Ha tirato fuori delle corde che forse non conoscevamo ancora ma che io immaginavo che lei avesse, tenebrose e patetiche, disegnando questa Daniela e dando qualcosa forse anche del proprio dolore e di una propria segreta tristezza a questo personaggio.

Massimo Ghini presta il suo sorriso gioviale e la sua bella vociona da seduttore a Claudio, a questo boss della Multiple che sembra presentarsi come una specie di allenatore sportivo e di bonario papà di tutte queste telefoniste e di tutti questi venditori, ma in realtà è un uomo disperato con alle spalle un divorzio terribile e con l’angoscia dei debiti: lo cogliamo a piagnucolare da solo davanti ad un telefonino perché la figlia sedicenne vuole rifarsi le tette e in quel momento è splendido nel ritrarre la disperazione e il patetismo di questa specie di allegro furfante.

Isabella Ragonese, che ho selezionato dopo una lunga serie di provini, mi ha colpito subito per la straordinaria somiglianza con il personaggio che avevo in mente, che come lei è intelligente, colta, ironica, spiritosa e gentile, non spocchiosa, capace di interessarsi dei casi delle persone diverse da lei.

Micaela Ramazzotti ha conferito alla sua Sonia una carica di verità e di vitalità, un’allegria da cucciolo di cane scodinzolante che nasconde l’angoscia e lo smarrimento. Le due ragazze insieme danno vita ad una coppia molto buffa e commovente, con la ragazza colta costretta quasi alla clandestinità e questa ragazza madre ignorante e sciagurata, la telefonista più “schiappa” di tutte, questa madre più immatura della figlia, questa specie di Marilyn Monroe di borgata, fiduciosa, entusiasta, bisognosa d’amore, pronta ad entusiasmarsi per qualsiasi stronzo se la porti a letto…

Con Valerio Mastandrea, poi, lavorare è divertente come un gioco, ha una ferocia verso i propri personaggi che a volte bisogna perfino trattenere, perché è molto inclemente verso i ruoli che interpreta ed in definitva verso se stesso: tende a sfotterli e a sfottersi, e questa è una qualità che hanno solo le persone le persone molto intelligenti.

Elio Germano è il fenomeno che conosciamo. Quando lo avevo incontrato per la prima volta per il mio film “N.” pensavo fosse anche nella vita identico a Martino Papucci, il giovane idealista dell’800 protagonista di quella storia, perché si era così calato in quel personaggio, da vivere quotidianamente con le tasche piene di poesie di Foscolo e di Holderlin. Poi invece ho scoperto che può essere in mille altri modi e che ha questa qualità di trasformarsi anche fisicamente in quello che interpreta.

La commedia all’italiana e “Tutta la vita davanti”
Abbiamo abbondantemente praticato il metodo della commedia all’italiana, con il rispetto e la passione verso un cinema ed un’estetica originalissima, che ci appartiene e che racconta il nostro popolo e la nostra gente con un linguaggio che non è né paternalistico né pietistico, ma che mette al centro della scena i protagonisti della nostra società e fa spesso narrare le vicende da loro stessi. Sentivamo però che per certi versi qualcosa di questa eredità, di questo bagaglio narrativo, di stile, di linguaggio, di humour e di tono non era più sufficiente per raccontare quel qualcosa di nuovo che c’è dentro lo spirito del nostro tempo, nella ferocia che cova dietro i sorrisi obbligatori dei tanti giovani lavoratori costretti ad attività di marketing, nel senso di sgomento e di desolazione che sembra propagare anche dal paesaggio di una Roma che può assomigliare di più alla periferia di Miami, e che stringe il cuore. C’era bisogno, quindi, di un mix di tenerezza e di ferocia, di compassione e di perfidia, di passione umana e civile, ma anche di uno spirito sinistro, da film noir, e in definitiva di una certa spudorata propensione all’allegoria e alla metafora.

Come è arrivata al ruolo di protagonista di questo film?
Un assistente di Paolo Virzì mi aveva segnalato a lui dopo avermi visto recitare a teatro un ruolo brillante in una commedia, ha pensato che potessi essere credibile nel lato comico del personaggio. Ho fatto un primo colloquio con Paolo, non sapevo niente della storia e quando lui mi ha chiesto come mai pur recitando da tempo abitassi ancora a Palermo ho risposto che volevo tentare di terminare gli studi universitari in filosofia: ho visto allora nei suoi occhi un’espressione un po’ particolare di felice sorpresa, ma non potevo immaginare che il personaggio da interpretare sarebbe stato proprio quello di una laureata in filosofia.. In seguito lui mi ha detto di avere deciso di scegliermi quasi subito ma dopo questo primo incontro è cominciata la trafila dei provini, tre o quattro, credo, che lui dice di aver voluto per testare la mia forza di volontà e la mia sicurezza...”

Ha sentito che Marta era simile a lei in qualcosa?
Si, anche se nella finzione non arrivava da Palermo ma dalla Toscana. Paolo mi chiedeva quale sarebbe stata l’attitudine di una ragazza fuori sede palermitana, isolana, che si trova alle prese con una metropoli, in continente, e abbiamo cominciato così una specie di riscrittura comune del linguaggio del personaggio. Ricordo queste passeggiate con Paolo che mi faceva delle domande in maniera molto naturale, non ci siamo messi mai a tavolino a discutere, ma spesso lui mi mandava un messaggio con un aggettivo che definiva meglio Marta, una figura che forse nella pagina scritta era un po’ troppo idealistica ed eterea, un genio fatto solo di testa: abbiamo lavorato quindi per darle un corpo...

Che rapporto si è creato sul set con gli altri personaggi e con gli attori he li interpretano?
Mentre giravo pensavo che nel corso della storia era come se Marta si sottopone a vari incontri, a vari round di pugilato con le diverse persone che incontra: incassa colpo su colpo e sembra che stia perdendo la partita, ma poi è lei a vincere quella finale. Uscendo dall’Università Marta ha allenato il cervello più che il cuore, i sentimenti e l’emotività e quando incontra quello strano “animale” che è Sonia, interpretato perfettamente da Micaela Ramazzotti, non tenta di capirlo razionalmente perchè quello è il primo incontro emotivo della sua vita nuova, della vita che ha davanti. Con Micaela da subito ho sentito grande sintonia, pur nell’assoluta stonatura dei nostri toni, era come se suonassimo due strumenti diversi che però stranamente si potevano conciliare. Anche il “Lucio 2” interpretato da Elio Germano fa parte di questo discorso, del mondo nuovo che Marta scopre. Pur avendo scelto un’altra strada rispetto a lei è comunque un suo coetaneo e lei lo sceglie tra tutti non solo perché è il venditore a lei abbinato ma anche perché sente immediatamente per lui la stessa cosa che avverte per Sonia, un affetto inspiegabile che non passa dalla testa, a livello intellettuale, ma è soprattutto emotivo: per lui prova una tenerezza estrema, fino a concederglisi, in tutti i sensi. Per quanto riguarda il personaggio di Daniela interpretato dalla Ferilli ho pensato subito che fosse il rapporto su cui si doveva lavorare di più, quello tra due donne di due generazioni diverse, che si mettono a confronto e si specchiano l’una con l’altra. Marta è la preferita di Daniela, che la inquadra subito come una persona speciale che potrebbe anche diventarle amica, ma poi alla fine questo rapporto si va a rompere per colpa di una relazione con il manager interpretato da Ghini, che per Marta rappresenta l’emblema della Multiple, il capo, l’unico che dà lavoro ai giovani e che forse è anche in buona fede: il film non giudica le persone ma la follia collettiva che ha contagiato un po’ tutti per cui una persona del genere si convince che offrendo un lavoro simile stia dando veramente una grande occasione ai giovani e che lui è a suo modo un benefattore...

Che idea si è fatta del contesto sociale che viene raccontato?
Non credo che la nostra sia una storia sui call center perchè della vita racconta anche vari aspetti diversi di questa 24enne Infatti il lavoro diventa qualcosa di totalizzante, che investe tutti gli altri settori perché se tu non hai una sicurezza lavorativa anche gli affetti e i rapporti con gli altri sono instabili e quindi credo che il lavoro flessibile, il fatto di poter lavorare tutti e poter lavorare meno, sia sicuramente qualcosa che non va demonizzata in assoluto ma che invece nell’ambito di questa flessibilità sia assurda la mancanza di sicurezze e di una rete protettiva di diritti. Il film racconta bene come anche l’idea diffusa per cui si lavora meno è un po’ un bluff perché è una vita comunque totalizzante: un operatore di un call center o comunque un lavoratore precario è impegnato magari per poche ore, poi torna a casa e deve fare mille altri lavoretti, (come Marta che fa anche la baby-sitter) e magari viene continuamente “bombardato” dai messaggi dei suoi capi che gli invadono completamente la vita: l’eventuale vantaggio di poter fare tante altre cose è un equivoco, in realtà non è assolutamente così...

Con quale atteggiamento si è accostata a questo film?
Quando ho letto questo copione per la prima volta ho sentito che c’era una vibrazione particolare che non era legata soltanto al racconto di alcuni personaggi ma a qualcosa in più, ho avuto l’impressione di leggere un libro, mi è sembrata una bella pagina di letteratura. Il mio personaggio, Daniela, è la direttrice del call center che gestisce il gruppo delle ragazze protagoniste della nostra storia: essendo la più grande di tutte loro apparentemente sembra la più forte ma si rivela un punto di riferimento del niente e sul niente e quindi condivide la sorte della giovane protagonista e delle altre ragazze: forse è stata solo “incastrata” in quel contesto prima delle altre e forse, paradossalmente, tra loro è la più debole di tutte”. Se non fosse stato Paolo Virzì penso che difficilmente avrei accettato questo ruolo che segna per me un’inversione di tendenza assoluta essendo l’antitesi esatta dei caratteri che ho interpretato finora sempre tutti molto positivi, eroine coraggiose, leali, senza dubbi e senza macchie. Con Paolo mi sento sicura, mi sento una sua creatura perchè è la persona che mi ha dato alla luce nel mondo dello spettacolo grazie al bellissimo ruolo pensato per me nel suo primo film, “La bella vita”. In questa nuova occasione lui mi ha subito tranquillizzato rassicurandomi sul fatto che ero ancora una volta nelle mani giuste e che avrei potuto affrontare al meglio questo passaggio. I personaggi di Virzì non sono mai cattivi, la loro caratteristica vincente è che sono sempre pieni di poesia e di sentimento e quindi difficilmente aridi: sono persone estremamente pulite anche quelle che possiamo definire in maniera semplicistica i “cattivi”, che lui racconta ed analizza sempre da un punto di vista prima che si “macchino.

Sente questa donna in qualche modo vicina o si tratta solo di un involucro da riempire con la sua umanità?
Per un attore c’è una diversa stagione per tutto e Daniela è un personaggio molto ricco e “pieno” di cui mi sono innamorata subito. Mi piace pensare che per interpretarla io abbia un pò attinto per il suo tipo di durezza e quel carattere fermo e un po’ “metallico”, ai personaggi sempre piuttosto crudeli ma anche patetici e ricchi di pathos interpretati spesso da un’attrice a me molto cara come Joan Crawford. Oggi certi personaggi portano naturalmente dentro un po’ il disagio, la paura e l’insicurezza, tutte cose che quando ero più giovane non sentivo. Man mano che gli anni passano si dice che si diventa più saggi e quindi anche più lucidi e forti ma per me invece con l’età che avanza ci si indebolisce, ci si confonde anche un po’. Daniela rappresenta tutto questo, e in un certo senso mi ha fatto anche un po’ da “amica del cuore”. Attraverso lei ho avuto meno paura di tirare fuori tanti dubbi e anche diverse incapacità e credo che questo mio personaggio viva esattamente come lo vive Sabrina Ferilli oggi.

Si può dire che Daniela sia una donna dedita al culto dell’apparenza perchè spaventata dal confronto con la vita reale?
Virzì è il più ricettivo tra i registi italiani, uno dei pochi oggi, forse l’unico che mi viene in mente, in grado di raccontare la vita per quella che è e non per quella che appare. Tutti noi ci raccontiamo una vita e la facciamo ma non è detto che visti ed analizzati prima di uscire di casa siamo veramente così. A Virzì piace raccontare proprio il momento prima della soglia di casa e quello subito dopo, il dentro e fuori l’uscio ed il suo è un compito molto difficile ma sicuramente estremamente interessante. Questo film è il manifesto di questo passaggio e la porta di casa simbolicamente rappresenta questo contesto contemporaneo. Daniela, ad esempio, si veste come tante arrampicatrici sociali di oggi, è una ragazza piuttosto rampante che si vede molto bella e molto seduttiva e probabilmente non lo è. Rispetto al passato la cosa sorprendente del momento storico che viviamo è che anche quelli che sono pieni di problemi sono sempre carichi di griffe, oggetti firmati e vestiti costosissimi e questo è un altro controsenso terribile e crudele, per cui anche un “disgraziato” può arrivare ad avere un marchio importante da esibire però muore di fame lo stesso... Quello che più mi ha colpito in questo film è che questi ragazzi sono attanagliati non solo dalla difficoltà di lavorare, ma dalla pressione costante che viene fatta su di loro affinché non pensino con la loro testa ma si allineino in una fila disciplinata gestita non si sa bene da chi e per conto di chi. Ecco questo è pericoloso esattamente come la difficoltà oggi a trovare lavoro: tutto sommato la precarietà ci può anche essere, ma che non sia una precarietà mentale che escluda la riflessione e l’impegno.

Come si è trovata a recitare ancora una volta accanto a Massimo Ghini?
Massimo è l’attore più generoso con cui abbia mai lavorato fino ad ora, è un interprete di razze e una persona perbene, e credo che questo venga fuori. Può permettersi, infatti, di recitare tanti ruoli da “cattivo” rimanendo però un tipo tenero, uno che comunque anche rispetto ai personaggi più antipatici si porta dietro il consenso della gente. È stato molto emozionante rivederlo insieme a Paolo sul set anche perchè penso che questo film sia un po’ il proseguimento –consapevole o meno- del nostro “La bella vita” , raccontato dopo 10, 15 anni con una società che cambia, con delle caratteristiche umane diverse, ma esattamente con gli stessi volti dell’umanità.

Ricercando le radici del Claudio che interpreto in “Tutta la vita davanti” è facile pensare al personaggio che avevo interpretato per Paolo Virzi’ nel 1994 per la sua opera prima, “La bella vita”. Gerry Fumo. All’inizio di quel film io e Paolo ci dicemmo che doveva essere una specie di “Ultimo dei mohicani”, l’ultimo figlio degli anni 80, uno pseudo vincente che aveva una base estremamente disperata e che dietro il suo aspetto ed il suo impatto cinico, da approfittatore e da “cattivo”, nascondeva invece una realtà tristissima che lo rivelava un tipo molto solo. Nonostante le sue ambizioni in linea con l’imperativo sociale tipico degli anni 80 del successo e dell’edonismo sfrenato, quest’uomo non aveva combinato granchè ed era finito ad essere un tristissimo divo di un tv privata di provincia, trascinato nel gorgo di una passione amorosa per la protagonista femminile, Sabrina Ferilli. Qualche anno dopo io e Paolo ci siamo incontrati di nuovo, siamo cambiati e cresciuti- in tutti i sensi- ma forse quegli archetipi per quanto mi riguarda un pò rimangono, continuano a rimanere vivi, perchè il Claudio odierno non incarna più, ovviamente, l’uomo degli anni 80 ma la vera e propria tragedia sociale sviluppatasi da allora attraverso gli anni 90 fino ad oggi, cioè la perdita di un obiettivo preciso, sia pure soltanto individuale (negli anni 80, almeno, c’era il piacere di dire “mi costruisco qualcosa”), e la diffusa trasformazione di tante persone pronte ad essere solo al servizio di qualcuno e del progetto di qualcun altro..

Quali sono le caratteristiche di questo suo nuovo personaggio?
Claudio è alla guida di un call center che dirige in maniera simpatica e dispotica contemporaneamente, contribuisce alla creazione di un sogno che è però assolutamente di plastica: scopriamo infatti che è lui stesso una marionetta manovrata da qualcun altro, un potentissimo grande capo che non vediamo nemmeno ma che sappiamo che esiste, dall’altra parte dell’oceano. Claudio è l’ultimo anello “alla periferia dell’Impero” che si trova a manovrare ed a manomettere anche i cervelli ma nel film non si assiste ad una distinzione netta tra buoni e cattivi, piuttosto ad un’analisi accurata che fa capire quando la disperazione a questo punto investa tutto e tutti: analogamente al protagonista de “La bella vita”, quindi, appare in un primo tempo in un certo modo ma poi si rivela come un uomo afflitto da una grande disperazione.

La chiave scelta quindi è quella della commedia amara?
Amarissima, direi, perché così è la realtà che oggi purtroppo molti giovani vivono. Ognuno di noi attori aveva la responsabilità di un personaggio ed ha cercato di costruirlo per quello che serviva nel rapporto con gli altri: il mio mi è piaciuto subito perchè, è un altro di quei “meravigliosi stronzi” che Paolo riesce a offrirmi, un tipo di personaggio che non ti capita spesso ma che quando arriva ti da’una grande soddisfazione”. La nostra storia propone poi anche uno sguardo attento e critico nei confronti del sindacalismo e spero che questo segnale arrivi a che di dovere perché anche in quell’ambiente sarebbero necessari un po’ di autoanalisi un pò di cambiamento. Credo che nel cinema italiano abbiamo tutti oggi il dovere di recuperare lo spazio e il tempo perduto, di ricominciare a raccontare storie che affrontino non soltanto il mondo operaio, ma l’intero mondo del lavoro. La recente e reiterata rappresentazione della borghesia italiana spesso e volentieri mi ha annoiato e non è un caso che io mi sia tenuto e sia stato tenuto fuori da tanti progetti, è accaduto proprio perché ho sempre dichiarato questa mia mancanza di partecipazione emotiva sull’argomento.

Che tipo di’intesa si è ricreata sul set tra lei e Sabrina Ferilli?
Ottima, ogni volta che lavoro con lei sento e so che alla fine verrà fuori qualcosa di interessante e di importante. Recitare con Sabrina è come duettare con una cantante di cui hai fiducia o giocare a tennis con un grande tennista o dividere un’esperienza con una persona con la quale oramai non hai bisogno di dirti tante cose: tra noi c’è un feeling molto forte, insomma, e in questa occasione mi sono piaciuti molto la sua impostazione da dark lady e lo strano ed ambiguo rapporto che c’è tra il mio ed il suo personaggio. I due poi nel rapporto con gli altri non hanno nemmeno realmente “tutta la vita davanti”, quindi appaiono ancora più penosi e rappresentano il massimo della disperazione, ma questa società non vuole neanche questo, non accetta la morte, la vecchiaia, la malattia, non accetta niente e meno che mai può accettare la rappresentazione della disperazione tanto più quella giovanile, rimossa e cancellata con un ottimismo ottuso e di facciata. Il film però non divide i buoni dai cattivi, mette tutti sullo stesso piano e dà ad ognuno responsabilità, colpe ed giustificazioni.

Che rapporto si è creato invece con Isabella Ragonese?
Nonostante lei sia al suo debutto nel cinema ho trovato una professionista serissima, una ragazza che viene da una grande scuola come quella del teatro, un’esperienza che tutti i ragazzi che vogliono recitare nel cinema dovrebbero fare, visto che parliamo di giovani che hanno tutta la vita davanti. Pur trovandosi in un contesto ricco di artisti, di attori e di situazioni molto diversi Isabella ha messo a disposizione di tutti questa sua esperienza con grande apertura e grande disponibilità.

Chi è il Giorgio Conforti che interpreta, che idea ha avuto di lui, come lo ha costruito?
E’ un sindacalista d'assalto, che crede in quello che fa. Sulla carta è un personaggio molto invadente ma non nel senso negativo del termine, è solo un tipo molto euforico, entusiasta delle lotte in cui è immerso per cui s’impegna molto anche se nessuno sembra credergli. Dopo averlo interpretato e conosciuto penso che sia un tipo puro, un uomo onesto, non è un traffichino con una sua strategia di vita, non è un calcolatore, è semmai un sempliciotto. E’ poi anche un uomo con un lato debole, molto debole, che è quello dell’essere condizionato dalle donne e nel corso della storia nascerà un rapporto particolare- ma non una storia d'amore- tra lui e Marta, la protagonista del nostro film che è ricco di personaggi simbolici, tutti impegnati a lottare per qualcosa, ognuno all'interno della propria storia personale, e tutti osservati attraverso lo sguardo a 360° di Marta, con i suoi occhi che rappresentano anche quelli del pubblico, innocenti e impauriti ma pieni di speranza. Per tornare a Giorgio c’è una sua evanescenza finale, è come se alla fine tutto quello che fa si risolve, quasi sempre, in una bolla d’aria e quindi è un personaggio “tragico”, nel senso che è poi uno che ci prova e ci riprova e poi si ritrova sempre in mano un pugno di mosche..

Con questo film lei è tornato a lavorare con Virzì a due anni da “N.”. Che rapporto si è creato questa volta?
Devo premettere che amo il mio lavoro perché mi consente di vivere a pieno le mie emozioni ma non posso non notare come l’epoca che viviamo offre ai ragazzi dei lavori che blindano del tutto ogni emozione. In questo senso credo che questo sia un film necessario, ancora di più perché lo racconta Paolo che riesce, con ironia e comicità, a mandare un messaggio forte ad ogni tipo di pubblico perché le sue sceneggiature sono fruibili per tutti.
Paolo per me non è un’autorità con la quale misurarsi ma sul set diventa un complice in tutte le dimensioni: io e lui insieme diventiamo molto pericolosi perché ci spalleggiamo su certe cose e abbiamo un grosso senso del limite rispetto ad altre. Anche in questa occasione con lui c’è stato soprattutto tanto divertimento, penso che questo sia alla base sia del mio lavoro che del suo. La sua caratteristica è di proteggere tutti i suoi personaggi, anche i più negativi, che poi pero’ non lo sono quasi mai perché c’è sempre un motivo per amarli ed apprezzarli, non solo per compassione. E’ come se ti ritrovi ad abbracciare qualcuno che magari però ha strumenti diversi dai tuoi per reagire alle difficoltà ed alle ingiustizie della vita.

Che tipo di Roma ha descritto questa colta Virzi’?
E’ innanzitutto una città molto interessante da un punto di vista fotografico, una vera apoteosi della perdita dell’identità perché gli ambienti attraversati dai personaggi sono “non luoghi”- come l’Eur dell’epoca in cui fu costruito- e spazi freddissimi in cui vivere. Quando si parla di precarietà, non bisogna pensare a qualcosa di esclusivamente materiale ma ad una perdita di riferimenti, ad una precarietà dell’anima che finisce con l’ammazzarti…

Pensa che il film fotografi adeguatamente la realtà sociale odierna?
Credo che la storia non affronti soltanto il problema del lavoro, ma rappresenti un certo tipo di persone dell’epoca che viviamo, popolata com’è di esseri umani che cercano una propria dimensione, a partire da un personaggio come Marta- una ragazza che ha degli strumenti culturali diversi dagli altri per poter reagire o comunque per criticare il mondo in cui vive- mentre altri subiscono le avversità e basta. Penso sia un film che possa far riflettere su quanto sia complicato oggi trovare degli stimoli per vivere felici, il che vuol dire anche fare un mestiere che ti piace e avere dei progetti sul tuo lavoro e non solo portare i soldi a casa, qualcosa che faccia bene anche all’anima delle persone. Oggi questo aspetto emotivo del lavoro è completamente sommerso e dimenticato: innanzitutto le persone sperano di lavorare, poi se fanno un lavoro che a loro non piace e in cui vedono tutto quello che vedono e subiscono quello che sono costrette a subire, è inevitabile che finiscano col non stare bene…

Che clima si è instaurato in scena con la protagonista Isabella Ragonese?
E’ stato un incontro alla pari, ma questo non è avvenuto perché io e lei siamo persone corrette, oneste e brave. È accaduto soprattutto per merito di Paolo, che ha voluto sottoporre sia lei che me ad un doppio provino incrociato, anche per veder che tipo di intesa avevamo in scena. Poi, una volta arrivati sul set, lei non mi è sembrata affatto un’attrice alle prime armi dal punto di vista cinematografico, c’è stata invece una curiosa sintonia, abbiamo preso le stesse note su certe cose, io le ispiravo certi tempi e poi lei se li è vissuti e giocati molto bene. Nel corso della storia Conforti sta sempre “addosso” a Marta, la insulta continuamente perché ormai non è più un ragazzino come lei: è stata, ripeto, una bella occasione per lavorare davvero alla pari, il che è fondamentale: il nostro mestiere- e non parlo solo di quello che riguarda gli attori- ha questa bella caratteristica di mettere tutti sullo stesso piano e senza bisogno di cercare il confronto, che arriva automaticamente.

Come si è avvicinato al suo personaggio e cosa ne pensa?
Si chiama Lucio 2 ed è un tipo che sostanzialmente è già arrivato secondo dall’inizio, perché quando è entrato nel call center c’era già un Lucio e si è meritato questo soprannome: è interessante perché viene subito inserito in un sistema numerico in cui c’è uno che viene davanti e uno che viene dopo, quindi lascia già presagire qualcosa del personaggio. Lucio 2 crede fortemente in un mondo dove i valori, se così possono essere chiamati, sono quelli della competizione, del successo, del primeggiare, dell’accumulare vittorie sotto forma di denaro e questo è già è molto simbolico. Attraverso questo personaggio non volevo raccontare solo chi lavora in un call center, ma mi interessava riflettere su un certo modo di porsi rispetto al lavoro che coinvolge tutti: Lucio 2 vende soltanto vestiti, da soltanto queste fregature da 1500 euro, ma ci sono alcuni mestieri in cui tutto questo è più pericoloso, penso a un medico che invece di operare le persone si fa pagare 30.000 euro e ne le lascia 15 in corsia.. Il personaggio segue poi un arco particolare perchè ad un certo punto quando lo sfiora un po’ di umanità grazie ad una storia d’amore sbagliata si innesca una sorta di corto circuito che alla fine lo fa esplodere: questo infatti è un sistema che va bene solo per le macchine e che non prevede che entri in gioco il fattore umano...

Che cosa pensa dei temi che il film mette in campo?
Il precariato è una cosa che condividiamo tutti, non è più un termine così… distante, penso che dovremmo tutti impostarci di nuovo su una scala di necessità diverse da quelle che abbiamo creduto valide fino a questo momento. Abbiamo visto tutta una generazione crescere e svilupparsi in nome dell’idea dell’accumulazione del denaro, del far crescere se stessi e i propri figli rinunciando spesso all’umanità ed alle cose più sane della vita e secondo me non abbiamo ottenuto un buon risultato. La sicurezza che manca non è soltanto lavorativa ma è quella di sentirsi al mondo parte di una collettività: ognuno lavora su un proprio binario ed è questa è la forma di precariato più grande.

Che tipo di lavoro comune c’è stato con Virzì?
Con Paolo abbiamo riflettuto sulla base di alcuni stereotipi e modelli, abbiamo pensato ai venditori delle agenzie che hanno una divisa ed ai quali sono state insegnate ed inculcate delle modalità tutte uguali: i criteri per vendere una casa, ad esempio, sono qualcosa di molto interessante che permette di accumulare indizi su chi studia la maniera giusta di porsi per essere convincente. E poi abbiamo giocato chiaramente a inventare il personaggio, a scrivere delle cose che potessero essere rappresentative di una persona con questo tipo di forma mentale, con un modo di rapportarsi agli altri che per lui è sempre “schermato”. Mentre c’è chi riesce a “staccare” dalla mentalità legata solo al lavoro Lucio, invece, vive, dà tutto se stesso per quel tipo di gioco, per cui anche nei rapporti umani è distante, compresso, freddo e finto, sorride, cerca di passare per quello che è il suo lavoro e il suo schema mentale. Nonostante che per quel tipo di assurda competizione lui avesse coinvolto e fatto indebitare i propri familiari a un certo punto però si rende conto che tutte le sue fatiche servivano solo a fare arricchire qualcun altro. Inizia allora a farsi delle domande ed accade qualcosa che lo fa esplodere e comunque lo fa cambiare.

E’ la seconda volta che lei recita con Virzì dopo aver interpretato il giovane protagonista idealista ed iconoclasta di “N.”: qual è la chiave della vostra intesa?
Con Paolo ho un rapporto di grande fiducia, così come accade a tutti gli altri attori che si fidano molto della sua capacità di costruzione, della maniera in cui mette in scena le cose e del suo ritmo eccitato, con quell’andrenalina che poi ti mette in circolo e diventa coinvolgente e alla fine è bellissimo per tutti partecipare al suo “teatro”. Per me il cinema di Virzì è sempre importante perché lo è quello che fa lui rispetto alla commedia all’italiana, portando avanti una tradizione che si è persa per tanti anni e di cui oggi è un portabandiera. E’ il cinema che parla di noi, del nostro popolo, e non cerca di imitare altre culture cinematografiche e questa è la cosa più bella che un film possa fare.

Come si è trovato con Isabella Ragonese?
E’ un’attrice fantastica, sono molto contento che Paolo l’abbia scelta. In un cinema in cui i produttori pretendono solo e sempre attrici famose che danno la sicurezza del botteghino, o persone che hanno avuto già un certo successo, preferire un’attrice teatrale piuttosto sconosciuta è stata una decisione che condivido molto da un punto di vista “politico” e nei risultati: fa sempre piacere lavorare con qualcuno che proviene da un’esperienza simile e che ha quindi le basi giuste ma poi evidentemente si è trattato di un’ottima scelta funzionale al film.

Che cosa ha provato quando è stata scelta per questo film?
Quando sono andata a fare il provino Paolo Virzi mi ha detto che Sonia ero io e mi ha dato immediatamente il copione da studiare e quando l’ho letto, mi sono emozionata moltissimo. Sonia è un personaggio complesso su cui ho lavorato molto perchè doveva sembrare naturale. In scena, infatti, dovevo fare contemporaneamente tantissime cose: fumare continuamente, muovermi in modo schizofrenico, essere insieme giocosa, scherzosa, commovente, struggente e sexy ma anche rivelare di essere fragile e tutto questo non era affatto facile da rendere insieme. Poi abbiamo lavorato molto sulla voce particolare di Sonia, una voce roca e bassa da fumatrice di 40 sigarette al giorno e la cosa difficile per me era anche dovere anche urlare con quei toni alterati. Sul set dovevo quindi ricordarmi sempre di modularla in maniera particolare oltre a ricordarmi di fumare, di muovermi in continuazione, di avere sempre uno sguardo candido ed innocente, anche stupidotto se vogliamo. Perchè Sonia è anche stupida, ma è buona e piena d’amore e non ha mai un secondo fine.

A chi e a cosa si è ispirata per costruire il personaggio?
Ho tenuto presente soprattutto i bambini e gli animali, sembrerà assurdo ma è così. Per me che non ho figli il lavoro e lo studio particolare erano nel riuscire ad essere credibile come madre ma questo era complicato dal fatto che si trattava di una madre piuttosto snaturata mentre paradossalmente sua figlia Lara è molto più matura di lei che è solo una bambina cresciuta ritrovatasi madre un po’ per caso. Sonia fa dei disegni particolari quando si muove, ti annusa come un cane, ti guarda sempre con questo candore molto animale, ha una grande gestualità e comunica tanto con il corpo.

Come si è trovata con Virzì?
Paolo è un autore capace, energico, intuitivo, geniale, mi ha colpito molto perché scrive delle sceneggiature innovative e rende comunque pieni di fascino i personaggi che hanno tutti un loro carisma, compresi quelli antipatici o cattivi e quelli più folli. E’ un regista che riesce poi a lavorare tantissimo con gli attori: io quando sono arrivata sul set ero Sonia già da diverso tempo perchè lavoravamo sul film da varie settimane, lui riesce ad ipnotizzarti, ti dice quelle due-tre frasi chiave e riesce ad aprire tutte le porte. Sonia coinvolge nel lavoro al call center la protagonista Marta, una ragazza laureata che arriva a Roma con tanti sogni in testa ma poi alla fine si rende conto che non è così la vita e che la realtà romana ed italiana è ben diversa. Sono due personaggi diversissimi tra loro che hanno però in comune una grande bontà d’animo di fondo: anche Marta è davvero buona, è sempre piena anche lei di stupore, ed è un personaggio che “subisce” sempre.

Si è identificata con la sua Sonia in qualche modo?
Purtroppo oggi il precariato è una vera malattia nel nostro Paese e a viverla sono proprio i giovani. Io cerco di fare l’attrice da più di metà della mia vita, sono 15 anni che vivo anche io nel precariato e conosco quasi esclusivamente ragazzi che hanno contratti che durano solo sei mesi. Questa problematica oggi la vive la maggior parte dei giovani ed è qualcosa di veramente triste che ti deprime toglie qualsiasi energia.

 
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