Cosa ti ha spinto a realizzare
questo film in cui i temi sociopolitici si combinano
con la disco music e la storia degli anni ’70?
Ho voluto raccontare la storia di un uomo ossessionato
da cose a lui estranee sullo sfondo di un paese che
sta attraversando il processo culturale che ha definito
il nostro modo di vivere attuale e il modo in cui ci
relazioniamo con il mondo. Un’analisi di quanto
succede nella vita di un uomo comune e di ciò
che lo circonda; un frammento di un qualcosa di più
grande che non possiamo vedere perché, alla fine
dei conti, non è solo Raúl Peralta che
balla sulla pista ma tutti noi latinoamericani ci riconosciamo
in lui in quel momento. Si percepisce l’aria pericolosa
di sottosviluppo e l’abbandono delirante che ci
ha visti estremamente esposti e minacciati nel corso
degli anni ’70, proprio nel bel mezzo della dittatura
militare che ha stravolto il paese.
Perché proprio Tony
Manero, il protagonista de La febbre del sabato sera?
Tony Manero rappresenta per Raúl il suo desiderio
di trionfare in seno ad una società che non ha
più un destino. E una speranza racchiusa nel
vecchio e allarmante modello del sogno americano che
Raúl vuole fare suo ad ogni costo. L’ideale
di un perdente che grazie al suo talento di ballerino
riesce a risalire la scala sociale, rappresentato dal
personaggio interpretato da John Travolta nel famoso
film, trova un riscontro molto profondo nella psiche
di Raúl che è convinto di potere trasformare
questo stesso sogno in realtà. Al contempo la
danza è un’espressione estremamente poetica
che sceglie il movimento come strumento di comunicazione
e che, conseguentemente, eleva il linguaggio filmico
ad un livello sensoriale, sintonizzato su una particolare
frequenza emotiva.
Come hai scelto il protagonista?
Perché Alfredo Castro?
Raúl Peralta è fondamentalmente un personaggio
ambiguo, un uomo pericoloso e allo stesso tempo splendido.
Alfredo Castro unisce in sé quelle caratteristiche
che da un punto di vista recitativo gli consentono di
superare le difficoltà poste dal personaggio
e andare al di là dell’artificio. L’attore
si deve sporgere nel vuoto ed è lì che
lo spettatore deve essere costretto a guardarlo, anche
egli da solo, a tu per tu, senza maschera o trucco,
immersi entrambi in una verità asciutta, sorda,
obliqua.
Cosa puoi dirmi delle riprese? Quali le difficoltà?
Abbiamo girato per 5 settimane a Santiago, nella parte
storica della città, e la principale difficoltà
è stata quella di ricreare l’immagine della
città negli anni ’70: un’atmosfera
strana, indefinita, dove si percepiva un misto di paura
e di oblio. Questa atmosfera oggi non esiste più
e quasi nessuno sembra ricordarla, purtroppo: non c’è
niente di peggio dell’indifferenza nei confronti
della storia. Come tutti i registi, anche io ho dovuto
superare la sfida di trovare il giusto umore, quel quid
silenzioso che definisce le emozioni.
Oggi Santiago è una città che ha conservato
assai poco della Santiago di allora. E una città
di vetro e acciaio che progredisce facendo scempio del
suo passato… Raúl Peralta vive un passo
avanti rispetto al suo paese, il suo assurdo desiderio
è quello del Cile odierno.
Come
hai girato?
Una ripresa per ogni scena realizzata, con il tempo
necessario per eliminare alcuni pezzi successivamente
durante il montaggio e lasciare solo quanto realmente
essenziale. Una cinepresa a mano sempre fissa sul protagonista,
con un unico invariabile punto di vista, per rendere
evidente che quanto lo circonda è sempre e solo
un contesto. Tuttavia - proprio per il significato che
ogni elemento ha in se - i luoghi, le circostanze socio-politiche
ed i personaggi di contorno sono importanti quasi quanto
il protagonista, perché nulla avrebbe senso se
non avvenisse esattamente “quando” e “dove”
avviene.