Una casa di bambola
Titolo originale
Et dukkehjem
Autore
Henrik Ibsen
Anno
1878
Editore
Rizzoli (2002)

La traccia c’è e la fornisce il critico teatrale Roberto Alonge nella sua precisa introduzione all’opera di Ibsen. L’accademico afferma che definire Una casa di Bambola un’opera femminista è quantomeno sbagliato o pretestuoso, ma il dubbio rimane intatto in tutta la sua forma.
Nora è una donna che vive una non-esistenza, un essere umano che fedelmente segue il marito, il simpatico e asettico avvocato Helmer, un uomo perfettamente allineato alla moda sociale di fine ottocento. Il compagno è sicuramente un uomo poco “padre-padrone”, incapace di aiutare psicologicamente e moralmente la moglie, che si sente sola, piccola in una casa praticamente non sua (Nora non lavora e non si sente quasi mai attiva) e troppo grande per lei. Raramente un titolo di un libro è stato così aderente alla storia. Ibsen, autore teatrale norvegese di grande classe stilistica e dotato di una scrittura particolarmente visiva, sentenzia senza tuttavia influenzarci nel corso della storia. Il suo stile asciutto ben si adatta ai dialoghi (sul finire del libro i botta e risposta fra Nora e Helmer sono particolarmente intensi e vivi). Casa Torvald è una realtà sul filo del rasoio, basta poco perché la quotidianità venga travolta, distrutta per sempre, come per esempio un problema finanziario che travolge Helmer, il personaggio addetto al benessere della famiglia.
Nora allora si erge in difesa del nucleo familiare, della normalità da lei odiata ma che permette ai suoi amici e familiari di vivere nella società che conta. Qui vi è la svolta, la vera rivoluzione che probabilmente Alonge non vuole cogliere ma che umilmente mi sento di sottolineare.
L’attività lavorativa risveglia la volontà della donna, la costringe ad affrontare la realtà fino ad allora rifiutata. Ci si trova dunque davanti ad un’altra tematica interessante e di primo piano, la debolezza di Helmer che diventa la prima avvisaglia della caduta dell’uomo come guida indiscussa della famiglia. La casa diventa fragile, l’unica bambola non è più giocattolo e oggetto di stucchevoli attenzioni. Nora non si sente più la signora Torvald, e tutti i personaggi di contorno che si sono avvicendati nella storia (l’amica Linda, il meschino Krogstad, il dottor Rank, ecc…) sono ormai offuscati e vuoti di significato. La donna esce di scena definitivamente lasciando dietro di sé una scia che tutto travolge, ribellandosi e fuoriuscendo dal gioco, lasciandoci soli nella casa senza bambole con l’avvocato Helmer, un uomo incredulo e sbigottito. Nora non cerca rivalse ma vuole la sua libertà, il suo diritto di vivere, di sentirsi se stessa. Questi i punti che sono alla base del futuro movimento femminista non ancora maturo ma già abbozzato.
[alessio moitre]

Henrik Ibsen (Skien, 20 marzo 1828 - Oslo, 1906) fu un drammaturgo norvegese. Ebbe infanzia ed adolescenza rese difficili a causa di problemi economici. Figlio di un commerciante benestante, si trovò di colpo coinvolto nel fallimento paterno e a 16 anni lasciò gli studi per lavorare in una farmacia. Cominciò a scrivere per il teatro e nell'inverno tra il 1848 ed il 1849 scrisse la sua prima opera teatrale, "Catilina". Ibsen dapprima lavorò come assistente teatrale e scrittore, poi come maestro di scena al Norske Theater di Bergen ed ebbe la possibilità di studiare scenografia a Copenaghen e Dresda fino a diventare, nel 1857, Direttore del Kristiania Norske Theater. Nel 1864, dopo il fallimento del teatro di Bergen, visitò l'Italia. Nel 1868 si trasferì a Dresda, facendo ritorno alla città natale solo nel 1895, dove morì nel 1906.