“Avevo
sufficiente intimità con i giorni normali per sapere
che il nostro tempo dilatato e fermo non rispettava le ore frenetiche
degli altri”.
Maria insegna
in una scuola serale a Napoli. Nella sua classe ci sono giganteschi
camionisti che ancora non hanno preso la licenza media e immigrati
alla ricerca di un posto più o meno al sole nel nostro
paese. A quarantadue anni rimane incinta e si ritrova a dover
affrontare una esperienza che credeva ormai non poter fare più.
Il suo compagno, una presenza più percepita che reale,
scompare del tutto appena saputa la notizia, ma lei è
felice. E’ una donna autonoma e indipendente, pronta a
godere le gioie della maternità tra correzioni di compiti
sgrammaticati e vani tentativi di cancellare le pesanti inflessioni
napoletane dei suoi alunni. Poi un giorno un dolore rotondo
la riempie e Irene nasce molto prima del tempo.
Per lungo tempo la vita di Maria si divide tre l’ospedale
e casa sua. I medici non sanno dirle nulla, le dicono di aspettare
e quest’attesa la distrugge. Aspettare potrebbe anche
andare bene se poi si sa cosa si aspetta, ma quando è
solo l’incertezza a riempire le ore del giorno e della
notte la vita non è più la stessa.
L’incubatrice di Irene oltre ad essere un ponte tra la
vita e la morte della piccola sembra essere anche un ponte immaginario
tra la colta professoressa e le altre madri di bambini prematuri.
Sono tante e lontane fra loro le storie di queste donne che
soffrono per la sorte dei loro piccoli, ma Maria e le altre
non sentono la differenza. Il forte accento napoletano non è
più un problema, l’insegnante ha lasciato il posto
alla madre. E così pure tanto diverse fra loro queste
donne sviluppano un così forte senso di solidarietà
e di condivisione del dolore che commuove non essendo mai patetico.
La forza della Parrella in questo suo primo romanzo è
proprio questa, racconta drammi, condizioni di vita difficili,
esistenze al limite ma lo fa senza paternalismi, senza voler
strappare a tutti i costi la lacrima, anzi è pratica,
netta, decisa, così come la sua protagonista.
In margine vediamo la Napoli che i giornali e la televisione
ci raccontano. E’ lei, con il degrado, la sporcizia, la
camorra, ma è sullo sfondo, quasi per dare concretezza
al racconto, per contestualizzarlo ma senza ingerenze, non è
di questo infatti che l’autrice vuole parlare.
Nelle sue precedenti raccolte di racconti, Mosca
più balena e Per grazia
ricevuta si vedeva una scrittura forte e decisa, in fase
embrionale forse ma c’era. Il Verdetto
ha un po’ deluso ma ora nasce questo breve romanzo o racconto
lungo che fa ben sperare.
Lo spazio bianco è fatto
più di contenente che di contenuto, c’è
più scrittrice che trama, ma è anche bello così.
La Parrella è brava a legare l’esperienza attuale
della protagonista con i continui flashback della sua infanzia
e della sua formazione, senza che il lettore se ne accorga.
Si leggono con naturalezza, le pagine scorrono tra la sua vita
di oggi e quella di ieri senza tagli netti, come un corpo unico.
[francesca
bompadre]
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Valeria
Parrella (Torre del Greco, NA, 1974) laureatasi presso
la Facoltà di Lettere Classiche dell'Università
di Napoli si è specializzata come interprete della
Lingua Italiana dei Segni e lavora all' E.N.S. di Napoli
dove vive.
Ha esordito nel 2003 con una raccolta di sei racconti
intitolati Mosca più balena
edita dalla casa editrice Minimum Fax con la quale ha
vinto il Premio Campiello Opera Prima.
Diversi racconti della giovane autrice sono apparsi nell'antologia
Pensa alla salute pubblicata
da l'Ancora del Mediterraneo nel 2004.
Sempre nel 2004 la Minimum fax ha pubblicato nella sua
antologia intitolata La qualità
dell'aria, il suo racconto Verissimo e nel 2005,
ancora con Minimum Fax, ha pubblicato un’altra raccolta
di racconti, Per grazia ricevuta,
libro arrivato tra i cinque finalisti al Premio Strega
dello stesso anno. Nel 2007 pubblica con Bompiani Il Verdetto
.
Ha collaborato con il quotidiano La Repubblica presso
la redazione napoletana e alcuni suoi scritti sono apparsi
sulle riviste Nuovi Argomenti, Origine, Accattone.
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