Il mondo deve sapere
Titolo originale
id.
Autore
Michela Murgia
Anno
2006
Editore
ISBN
Costo
Euro 10,00

“Marco Biagi è morto, ma il suo spirito vive.”

Nel suo romanzo Il mondo deve sapere Michela Murgia racconta la sua breve esperienza lavorativa nel call center della Kirby, famigerata azienda americana che vende aspirapolveri attraverso un meccanismo che intrappola e non lascia vie di fuga.
Alle persone contattate basta dire un primo e timido si e la Kirby fa tutto il resto. Le vittime di questo sistema però non sono solo le casalinghe “turlupinate” ma anche i dipendenti dell’azienda. Pressati e istruiti dalla motivatrice, una psicologa del lavoro umanamente rivoltante e professionalmente disgustosa e discutibile, si ritrovano a svolgere un lavoro precario, sottopagato e soprattutto immorale. Il desiderio dell’autrice di raccontare la sua esperienza pone l’attenzione sul problema del precariato e soprattutto sulle pressioni psicologiche che questi lavoratori sono costretti a subire, anche pubbliche umiliazioni se non riescono a conseguire il risultato prefissato.
Nel raccontare tutti i trucchetti della Kirby Michela Murgia si è proprio vendicata e ha fatto bene. Lo ha fatto per tutti i dipendenti all’attivo o no, per tutti i proprietari di quell’aspirapolvere infernale e fastidiosa, per tutti quelli che ancora non sapevano come si muovono i tentacoli infernali dei contratti Co.Co.Pro e naturalmente per se stessa.
Leggendo questo libro, a metà fra il reportage e il romanzo breve, emerge chiaramente il disgusto per questo mondo e la condanna dei messaggi pubblicitari falsi e ingannevoli. Tutto assolutamente condivisibile ma poi c’è qualcosa che non quadra. Nei risvolti di copertina l’editore ci guida nell’acquisto del libro: “Il mondo deve sapere: quando Bridget Jones incontra Naomi Klein” E meno male che siamo contro la pubblicità ingannevole. Nel libro della Murgia di Bridget Jones non c’è traccia. La protagonista Camilla è una fin troppo scaltra, che mente al suo capo sulle sue origini, è sveglia e non si fa mai fregare. Ma non è solo questo, manca completamente la sfera della vita privata. Non sappiamo niente di Camilla, se è sposata, fidanzata, vecchia zitella o single moderna. Non ci racconta cosa fa nelle altre venti ore del giorno visto che ci tiene a precisare che nel call center si lavora solo quattro ore. Invece due terzi del libro di Bridget sono solo il resoconto della sua disastrosa vita sentimentale. Il diario di Briget è una sequenza di aneddoti divertenti e buffissimi, il diario di Camilla è semplicemente grottesco, quelli che strappa sono purtroppo sorrisi amari. Per non parlare dell’accostamento con Naomi Klein, il suo “No Logo” credo che possa essere considerato uno studio molto più approfondito e serio sulla globalizzazione, sul potere dei marchi e sui loro sfruttamenti nel sud del mondo.
Peccato, il libro avrebbe avuto più forza e sarebbe risultato molto più gradevole se fosse stato arricchito dal privato ma soprattutto se si vuole fare una denuncia seria sui meccanismi della pubblicità ingannevole non si deve fare la stessa fine.
[
francesca bompadre]

Ho 36 anni e non mi piace essere chiamata giovane.
Sono stata fortunata nella vita, perchè ho potuto studiare quello che volevo e fare quello per cui avevo studiato.

Tecnica aziendale, Scienze Religiose e una lunga avventura nell'Azione Cattolica mi hanno dato strumenti per fare tante cose: ho insegnato, organizzato, vegliato e misurato. Ho venduto. Ho accolto, rifiutato e telefonato. Soprattutto, ogni volta che ho voluto, ho potuto anche scegliere di andarmene e fare altro. Attraverso ogni esperienza ho appreso e ho raccontato. Le ultime due cose continuo a farle e mi piace molto, ma non credo siano un lavoro, anche se mi mantiene: testimoniare non è una professione, è un modo di guardare il mondo, per me il solo possibile, anche quando le bollette le pagavo in altri modi.
Sono vegetariana, non mi sono mai rotta un osso, vorrei imparare a ballare il tango e un giorno vorrei poter raccontare a mio figlio chi era Danilo Dolci. C'è tempo.

Vivo in Sardegna, ma vado continuamente in quel che faccio, come dice Filippo. E c'è di buono che anche lontano dalla Sardegna riesco a sentirmi a casa, perchè ha ragione Fiorella: questa terra è la mia terra sempre, la gente è la mia gente, ovunque.

[dal sito della scrittirice]

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