“Marco
Biagi è morto, ma il suo spirito vive.”
Nel suo
romanzo Il mondo deve sapere Michela
Murgia racconta la sua breve esperienza lavorativa nel call
center della Kirby, famigerata azienda americana che vende aspirapolveri
attraverso un meccanismo che intrappola e non lascia vie di
fuga.
Alle persone contattate basta dire un primo e timido si e la
Kirby fa tutto il resto. Le vittime di questo sistema però
non sono solo le casalinghe “turlupinate” ma anche
i dipendenti dell’azienda. Pressati e istruiti dalla motivatrice,
una psicologa del lavoro umanamente rivoltante e professionalmente
disgustosa e discutibile, si ritrovano a svolgere un lavoro
precario, sottopagato e soprattutto immorale. Il desiderio dell’autrice
di raccontare la sua esperienza pone l’attenzione sul
problema del precariato e soprattutto sulle pressioni psicologiche
che questi lavoratori sono costretti a subire, anche pubbliche
umiliazioni se non riescono a conseguire il risultato prefissato.
Nel raccontare tutti i trucchetti della Kirby Michela Murgia
si è proprio vendicata e ha fatto bene. Lo ha fatto per
tutti i dipendenti all’attivo o no, per tutti i proprietari
di quell’aspirapolvere infernale e fastidiosa, per tutti
quelli che ancora non sapevano come si muovono i tentacoli infernali
dei contratti Co.Co.Pro e naturalmente per se stessa.
Leggendo questo libro, a metà fra il reportage e il romanzo
breve, emerge chiaramente il disgusto per questo mondo e la
condanna dei messaggi pubblicitari falsi e ingannevoli. Tutto
assolutamente condivisibile ma poi c’è qualcosa
che non quadra. Nei risvolti di copertina l’editore ci
guida nell’acquisto del libro: “Il mondo deve sapere:
quando Bridget Jones incontra Naomi Klein” E meno male
che siamo contro la pubblicità ingannevole. Nel libro
della Murgia di Bridget Jones non c’è traccia.
La protagonista Camilla è una fin troppo scaltra, che
mente al suo capo sulle sue origini, è sveglia e non
si fa mai fregare. Ma non è solo questo, manca completamente
la sfera della vita privata. Non sappiamo niente di Camilla,
se è sposata, fidanzata, vecchia zitella o single moderna.
Non ci racconta cosa fa nelle altre venti ore del giorno visto
che ci tiene a precisare che nel call center si lavora solo
quattro ore. Invece due terzi del libro di Bridget sono solo
il resoconto della sua disastrosa vita sentimentale. Il diario
di Briget è una sequenza di aneddoti divertenti e buffissimi,
il diario di Camilla è semplicemente grottesco, quelli
che strappa sono purtroppo sorrisi amari. Per non parlare dell’accostamento
con Naomi Klein, il suo “No Logo” credo che possa
essere considerato uno studio molto più approfondito
e serio sulla globalizzazione, sul potere dei marchi e sui loro
sfruttamenti nel sud del mondo.
Peccato, il libro avrebbe avuto più forza e sarebbe risultato
molto più gradevole se fosse stato arricchito dal privato
ma soprattutto se si vuole fare una denuncia seria sui meccanismi
della pubblicità ingannevole non si deve fare la stessa
fine.
[francesca
bompadre]
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Ho
36 anni e non mi piace essere chiamata giovane.
Sono stata fortunata nella vita, perchè ho potuto
studiare quello che volevo e fare quello per cui avevo
studiato.
Tecnica aziendale, Scienze Religiose e una lunga avventura
nell'Azione Cattolica mi hanno dato strumenti per fare
tante cose: ho insegnato, organizzato, vegliato e misurato.
Ho venduto. Ho accolto, rifiutato e telefonato. Soprattutto,
ogni volta che ho voluto, ho potuto anche scegliere di
andarmene e fare altro. Attraverso ogni esperienza ho
appreso e ho raccontato. Le ultime due cose continuo a
farle e mi piace molto, ma non credo siano un lavoro,
anche se mi mantiene: testimoniare non è una professione,
è un modo di guardare il mondo, per me il solo
possibile, anche quando le bollette le pagavo in altri
modi.
Sono vegetariana, non mi sono mai rotta un osso, vorrei
imparare a ballare il tango e un giorno vorrei poter raccontare
a mio figlio chi era Danilo Dolci. C'è tempo.
Vivo
in Sardegna, ma vado continuamente in quel che faccio,
come dice Filippo. E c'è di buono che anche lontano
dalla Sardegna riesco a sentirmi a casa, perchè
ha ragione Fiorella: questa terra è la mia terra
sempre, la gente è la mia gente, ovunque.
[dal
sito della scrittirice]
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