“Era
il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline
delle gran cattedre persistono a dover ignorare le cause, i
modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgorato
scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno,
immedicato.”
C.
E. Gadda, La cognizione del dolore
Un romanzo, ma più precisamente un viaggio nel passato
e nel presente, un’esplorazione dell’inconscio che
emerge prepotente e liberatorio. Giuseppe Berto racconta se
stesso ed il lento percorso all’interno del suo male,
affrontando i suoi fantasmi quotidiani e le sue paure, cimentandosi
in una tematica che molti hanno imparato a conoscere attraverso
le pagine di Svevo: la psicoanalisi. E proprio Svevo ritorna
nelle pagine di questo libro, ma il fluire del discorso non
è più lineare e ordinato come nel racconto di
Zeno, piuttosto si scioglie in periodi molto lunghi, quasi privi
di punteggiatura, a ricordare come le parole possano a volte
togliere il respiro, correre più veloci del pensiero
stesso. Il male oscuro è
un’autobiografia, ma anche una descrizione lucida di una
malattia mentale per la quale la scienza medica non conosce
bisturi in grado di estirparla. Un cancro dell’anima che
corrode dall’interno, che imprigiona lo spirito, la volontà,
con la difficoltà ad esso peculiare di rintracciare all’interno
del proprio “io” le cause scatenanti. La psicoanalisi
mira appunto a scavare nell’inconscio per riportare a
galla esperienze, impressioni, dolori che in qualche modo non
sono scomparsi dalla nostra memoria, ma che anzi, hanno fortemente
condizionato le nostre vite. Berto si lascia andare ad una sincera
confessione con se stesso, alla sua lotta col padre, al suo
senso di colpa protratto nel tempo, alla sua fame di gloria
ed alla sua incapacità di raggiungerla. Quindi, alla
sua inadeguatezza. Il protagonista del libro si muove tra una
folla di gente senza volto e senza nome, tra camere d’ospedale
e diagnosi errate, tra luoghi di villeggiatura che assumono
l’aspetto di un film dell’orrore, ma anche tra l’amore
e la gelosia ed il possesso, lasciando che solo il “male”
prenda una forma, diventi sostanza. Ed è un male “oscuro”,
ignoto, che porta gradualmente il protagonista-narratore alla
nevrosi più assoluta, lasciandolo sprofondare nelle sue
insoddisfazioni, nella presa di coscienza della propria inettitudine.
Vani sono i tentativi di scrivere un libro, raggiungere la gloria
letteraria e soddisfare così anche le continue richieste
di una moglie esigente. “L’ultima sigaretta”
di Berto è il romanzo che si accinge a scrivere ogni
giorno ma che ogni giorno rimanda, fermandosi al terzo ed ultimo
capitolo, limandolo, correggendolo, custodendolo gelosamente
come il frutto proibito. E nell’intrico di un presente
in cui tutto sembra colpirlo come uno schiaffo, compresa la
sua paternità, il protagonista si abbandona, ma non senza
diffidenza, al lettino dello psicoanalista, aprendo una finestra
su un passato che pesa sul suo animo come un macigno. Emerge
così la figura di un padre autoritario, di un desiderio
sessuale pervaso dal senso di colpa e della continua sfida con
se stesso nella lotta appena cominciata tra “Io”
e “Super-Io”. E pur nel raggiungimento di una parziale
guarigione, rimane la consapevolezza di un “male oscuro”
che appartiene più di ogni altra cosa all’uomo.
Se vivere è davvero un mestiere, citando Pavese, Berto
ha saputo come viverlo, con tutti i suoi limiti e le sue angosce.
Ma soprattutto, ha saputo come raccontarlo.
[giulia
rastelli]
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| Giuseppe
Berto nasce nel 1914 a Mogliano Veneto. Combattente volontario
in Africa nel ‘43, viene fatto prigioniero dalle forze
alleate e rinchiuso in un campo fascista. Qui redige le
pagine di alcuni testi, tra le quali quelle del racconto
lungo edito nel ‘48 Le opere di Dio, che preludono
al vero e proprio romanzo d’esordio Il
cielo è rosso (1947), seguito quattro anni
dopo da Il brigante. Laureato
in lettere, lascia l’insegnamento per dedicarsi interamente
alla scrittura: l’esperienza d’Africa ritorna
nel diaristico Guerra in camicia nera
(1955). Con Il male oscuro
(1964) vince i premi Viareggio e Campiello; successivamente,
firma il romanzo per ragazzi La fantarca
(1965), l’amaro La cosa buffa
(1966), il celeberrimo Anonimo
veneziano (1971), l’ironico Oh,
Serafina! (1973) e la raccolta - uscita postuma -
Dialoghi col cane (1986). Muore
a Roma nel 1971. |
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