Come le mosche d'autunno
Titolo originale
Les mouches d’automne
Autore
Irène Nèmirovsky
Anno
2007
Editore
Adelphi

“Camminavano avanti e indietro da una parete all’altra, in silenzio, come le mosche d’autunno, allorché, passati il caldo e la luce dell’estate, svolazzano a fatica, esauste e irritate, sbattendo contro i vetri e trascinando le ali senza vita”.

Adelphi continua nella felice riscoperta dell’autrice Irène Nèmirovsky, questa volta pubblicando “Come le mosche d’autunno” uscito per la prima volta in Francia nel 1931.
Anche qui come già nei precedenti “Il Ballo” e “Jezabel” è molto forte l’elemento autobiografico. Figlia di un ricco ebreo russo, costretta alla fuga in Francia, racconta la storia dei Kirill, una nobile famiglia russa, costretta all’esilio volontario prima a Marsiglia, poi a Parigi, a causa della rivoluzione bolscevica.
Lo stile narrativo è freddo, distaccato, come se l’autrice si volesse alienare da quel mondo e da quelle esperienze che pure conosceva così bene. E ci riesce pienamente anche perché la storia di questa famiglia infelice ci viene narrata attraverso gli occhi della vecchia njanja, Tat’jana Ivanovna. È lei l’ultima a lasciare il vecchio palazzo di famiglia, è lei che porterà ai Kirill, dopo tre mesi di cammino gli ultimi diamanti, cuciti nell’orlo della gonna. E’ commovente la dedizione totale con cui la vecchia nutrice si prende cura di tutti i componenti della famiglia, e colpisce il modo in cui rimprovera la dissolutezza dei costumi dei ragazzi che in una terra straniera, dove ormai sono lontani le feste i fasti della Russia degli zar, trovano nell’alcool e negli amori sfrontati le uniche consolazioni. E così durante la lettura appare sempre più evidente come Tatiana rappresenti la loro memoria, la guida morale dei Kirill, ma soprattutto la loro coscienza che giudica e cerca di riportare tutti sulla giusta strada, e lo fa con tutto l’amore possibile. Ma la famiglia è perduta, la felicità è ormai solo nei ricordi e anche la coscienza si perde come si perderà Tat’jana, confusa in un sogno tra la nebbia parigina e la lontana neve russa.
[francesca bompadre]


Irène Némirovsky (Kiev, 1903), figlia di un ricco ebreo russo di origini francesi, ex commerciante di granaglie e divenuto uno dei più potenti e temuti banchieri di tutte le Russie. Appassionata di letteratura sin dall'adolescenza, inizia a scrivere i suoi primi racconti con una peculiarità catartica, introspettiva e psicoanalitica; ciò che cerca di subliminare attraverso la scrittura è l’odio provato nei confronti della madre che, completamente assorbita dal vivere nel bel mondo, non le ha mai regalato un sorriso o una carezza. Con la Rivoluzione Bolscevica del 1917 la scrittrice lascia in fretta e furia San Pietroburgo per rifugiarsi in Francia, dove si sistema definitivamente e dove trascorre – fino all’arrivo della II° Guerra Mondiale – i suoi anni più frivoli e spensierati. A Parigi continua ad inmpegnarsi nella sua attività preferita, la scrittura, ed è ancora giovanissima quando Grasset le pubblica il suo primo romanzo, che avrà uno strepitoso successo: David Golder.
Nel 1926 sposa Michel Epstein, giovane e capace ingegnere che seguirà fino alla fine il suo avverso destino; da questo matrimonio nasceranno due bambine, Denise e Elisabeth. Negli anni successivi l’antisemitismo inizia a far sentire forte il suo ringhio; Iréne Némirovsky decide così di convertirsi al Cristianesimo e battezza se stessa e le sue due figliole. Ma ciò nonostante la morsa della furia nazista si stringe e non la perdona: Iréne e Michel finiranno entrambi arrestati e successivamente trucidati nei campi di sterminio. Deportata prima a Pithivier e poi ad Auschwitz, dove morì nel 1942.