“Camminavano
avanti e indietro da una parete all’altra, in silenzio,
come le mosche d’autunno, allorché, passati il
caldo e la luce dell’estate, svolazzano a fatica, esauste
e irritate, sbattendo contro i vetri e trascinando le ali senza
vita”.
Adelphi
continua nella felice riscoperta dell’autrice Irène
Nèmirovsky, questa volta pubblicando “Come le mosche
d’autunno” uscito per la prima volta in Francia
nel 1931.
Anche qui come già nei precedenti “Il Ballo”
e “Jezabel” è molto forte l’elemento
autobiografico. Figlia di un ricco ebreo russo, costretta alla
fuga in Francia, racconta la storia dei Kirill, una nobile famiglia
russa, costretta all’esilio volontario prima a Marsiglia,
poi a Parigi, a causa della rivoluzione bolscevica.
Lo stile narrativo è freddo, distaccato, come se l’autrice
si volesse alienare da quel mondo e da quelle esperienze che
pure conosceva così bene. E ci riesce pienamente anche
perché la storia di questa famiglia infelice ci viene
narrata attraverso gli occhi della vecchia njanja, Tat’jana
Ivanovna. È lei l’ultima a lasciare il vecchio
palazzo di famiglia, è lei che porterà ai Kirill,
dopo tre mesi di cammino gli ultimi diamanti, cuciti nell’orlo
della gonna. E’ commovente la dedizione totale con cui
la vecchia nutrice si prende cura di tutti i componenti della
famiglia, e colpisce il modo in cui rimprovera la dissolutezza
dei costumi dei ragazzi che in una terra straniera, dove ormai
sono lontani le feste i fasti della Russia degli zar, trovano
nell’alcool e negli amori sfrontati le uniche consolazioni.
E così durante la lettura appare sempre più evidente
come Tatiana rappresenti la loro memoria, la guida morale dei
Kirill, ma soprattutto la loro coscienza che giudica e cerca
di riportare tutti sulla giusta strada, e lo fa con tutto l’amore
possibile. Ma la famiglia è perduta, la felicità
è ormai solo nei ricordi e anche la coscienza si perde
come si perderà Tat’jana, confusa in un sogno tra
la nebbia parigina e la lontana neve russa. [francesca
bompadre]
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Irène
Némirovsky (Kiev, 1903), figlia di un ricco ebreo
russo di origini francesi, ex commerciante di granaglie
e divenuto uno dei più potenti e temuti banchieri
di tutte le Russie. Appassionata di letteratura sin dall'adolescenza,
inizia a scrivere i suoi primi racconti con una peculiarità
catartica, introspettiva e psicoanalitica; ciò
che cerca di subliminare attraverso la scrittura è
l’odio provato nei confronti della madre che, completamente
assorbita dal vivere nel bel mondo, non le ha mai regalato
un sorriso o una carezza. Con la Rivoluzione Bolscevica
del 1917 la scrittrice lascia in fretta e furia San Pietroburgo
per rifugiarsi in Francia, dove si sistema definitivamente
e dove trascorre – fino all’arrivo della II°
Guerra Mondiale – i suoi anni più frivoli
e spensierati. A Parigi continua ad inmpegnarsi nella
sua attività preferita, la scrittura, ed è
ancora giovanissima quando Grasset le pubblica il suo
primo romanzo, che avrà uno strepitoso successo:
David Golder.
Nel 1926 sposa Michel Epstein, giovane e capace ingegnere
che seguirà fino alla fine il suo avverso destino;
da questo matrimonio nasceranno due bambine, Denise e
Elisabeth. Negli anni successivi l’antisemitismo
inizia a far sentire forte il suo ringhio; Iréne
Némirovsky decide così di convertirsi al
Cristianesimo e battezza se stessa e le sue due figliole.
Ma ciò nonostante la morsa della furia nazista
si stringe e non la perdona: Iréne e Michel finiranno
entrambi arrestati e successivamente trucidati nei campi
di sterminio. Deportata prima a Pithivier e poi ad Auschwitz,
dove morì nel 1942.
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