L’ispettore
Liberovici della Omicidi non regge la vista del sangue.
Frequenta luoghi del delitto in cui elementi della scientifica
soggiornano allegramente alla faccia dell’alterazione
della scena del crimine così cara a Grissom ed a tutti
i telespettatori di C.S.I.
Talvolta sbaglia il luogo del delitto e si trova ad aiutare
delinquenti a nascondere le proprie tracce. Il suo indirizzo
di casa è Via Capoluogo del Piemonte: Sei lettere. Sì,
avete letto bene. La sua sbadataggine lo rende familiare alla
figura dell’Ispettor Clouseau, la demenzialità
delle sue avventure o sarebbe meglio dire disavventure riportano
alla mente quelle dell’Ispettore Frank Drebin della saga
cinematografica Una pallottola spuntata.
Ed è proprio l’umorismo demenziale che emerge dalle
pagine di Non gettate cadaveri dal finestrino
di Gero Mannella, un libercolo di 64 pagine da leggere tutte
d’un fiato ed in pochi minuti se non fosse per le lacrime
che potrebbero uscire dalle vostre orbite oculari e da dolori
mandibolari causati da sfrenati attacchi di risa. Attraverso
la scrittura effervescente, rutilante e surreale dell’autore,
ci inoltriamo in cinque casi criminali sospesi sul filo del
non-sense, tra trovate narrative, freddure, dialoghi asciutti
ma ficcanti ed invenzioni linguistiche sorprendenti.
Attraverso l’innocenza del protagonista, un vero Candido
in un mondo di brutture ed efferatezze, un vaso di porcellana
tra vagonate di vasi di ferro, entriamo in un mondo grottesco,
irriverente e surreale come certe favole di Rodari, emozionante
come un giro sulle montagne russe da cui si è costretti
a scendere sin troppo presto. Ed è un vero peccato. Impedibile!
[fabio
melandri]
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Gero Mannella nasce
all’ombra della reggia di Caserta nei raggianti
anni '60. Negli anni '70 si sposta al sole.
Grafomane sin dalla più tenera età, nel
1972 usa il pennino per stanare una paio di termiti
da una tavola sinottica.
Nei primi anni '80 si applica alla scrittura con una
macchina da scrivere Olivetti Lettera 32. In realtà
l’Olivetti non aveva tutte quelle lettere, anzi
mancava anche di alcune vocali, al punto che per esprimerle
egli era costretto a fare un giro vizioso di consonanti.
Quegli equilibrismi lo accostano all’Oulipo, ai
lipogrammi e tautogrammi di Perec, e più in generale
all’osteoporosi.
Attratto dal gioco con le parole, dall'iperbole, dal
non-sense, dalla fumisterie, dai cortocircuiti mentali,
dagli incendi conseguenti, ma anche dagli estintori
a norma, il suo universo narrativo si cinge di nuove
parole
Nel 1997 è finalista al Premio Calvino col romanzo
Ferendedalus.
[biografia estratta
dal sito dell'autore]
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