| “Otto
Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf e di Maria Schefferling,
catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell’11
maggio 1960, trasportato in Israele nove giorni dopo, in aereo,
e tradotto dinanzi al tribunale distrettuale di Gerusalemme l’11
aprile 1961, doveva rispondere di quindici imputazioni, avendo
commesso, 'in concomitanza con altri', crimini contro il popolo
ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra
sotto il regime nazista, in particolare durante la seconda guerra
mondiale”.
Si apre così il libro di Hannah Arendt sul processo Eichmann
svoltosi a Gerusalemme durante i primi anni Sessanta. Presente
come inviata del The New Yorker, la Arendt fu testimone oculare
di quanto accaduto in quell’aula di tribunale. Il suo saggio
è quindi una ricostruzione lucida e razionale degli eventi,
che mette a nudo non solo l’immagine di un uomo, ma anche
quella di una coscienza umana che nonostante tutto ci appartiene
e sotto la quale siamo tutti chiamati in causa.
Il resoconto del processo uscì per la prima volta nel marzo
del 1963 e fu poi ripubblicato come libro nel maggio dello stesso
anno, accuratamente riveduto ed ampliato. È con l’ingresso
in aula della Corte (Beth Hamishpath) che ha inizio il dibattimento
svoltosi interamente in lingua ebraica e tradotto simultaneamente
in francese, inglese ed in un pessimo tedesco (particolare che
la stessa Arendt non mancò di notare). Che Eichmann fosse
processato e condannato da un tribunale ebraico era un fatto sul
quale l’opinione pubblica concordava in maniera quasi unanime.
Si riteneva infatti che un tribunale internazionale non avrebbe
potuto rendere giustizia agli ebrei, perché “questi
avrebbe giudicato Eichmann non per crimini contro il popolo ebraico,
ma per crimini contro l’umanità commessi sul corpo
del popolo ebraico”. D’altra parte, le autorità
tedesche non chiesero mai l’estradizione dell’imputato
e se mai ciò fosse avvenuto, il processo avrebbe probabilmente
avuto un esito diverso ed Eichmann sarebbe stato, con molta eventualità,
assolto per mancanza di mens rea, vale a dire per mancanza d’intenzione
a delinquere. Le cose però non andarono così ed
Eichmann fu infatti ritenuto colpevole e condannato a morte, nonostante
egli asserisse la sua innocenza: “io non ho mai ucciso
né un ebreo né un non ebreo, insomma non ho mai
ucciso un essere umano”. Egli si considerava un cittadino
ligio alla legge che aveva soltanto eseguito gli ordini. Eichmann
era solo un burocrate. Su questo punto si apre la riflessione
della Arendt: il mostro che tutti si aspettavano di vedere seduto
al banco degli imputati, non era altro che un uomo qualunque,
ordinario, banale. Né un idealista né un fanatico,
semplicemente un ingranaggio di quella enorme e complessa macchina
che era allora il regime. Il saggio apre qui una profonda riflessione
sull’entità del male, riflessione anticipata fin
dal titolo dell’opera: il 'male' incarnato dal suo protagonista
è un male banale, tutt’altro che demoniaco; un male
proveniente dal basso, un male forse non del tutto consapevole
e quindi anche più pericoloso. Eichmann non era che una
pedina di quella scacchiera immensa che costituiva l’apparato
nazista entro il quale altri uomini, come lui, lavoravano simultaneamente.
La questione della colpa a questo punto diventa complessa. Come
ha fatto notare Karl Jaspers “l’operatore non
solo diventa irresponsabile, ma addirittura gli è precluso
anche il diritto alla cattiva coscienza, perché la sua
competenza è limitata alla buona esecuzione di un compito
circoscritto”. Eichmann non è allora il Diavolo,
ma il suo umile servitore, il burocrate che non si pone domande
ma esegue semplicemente il proprio lavoro, perché così
gli è stato ordinato. La Arendt nota come nulla, perfino
nell’aspetto dell’imputato, lasci intendere che dietro
quell’uomo piccolo e canuto si celino in realtà milioni
di altri uomini, deportati ed uccisi nei campi di concentramento.
Eichmann era infatti incaricato delle deportazioni, era lui che
idealmente muoveva milioni di ebrei verso la morte. Eppure il
suo lavoro si svolgeva dietro una grigia scrivania, come quello
di un qualunque impiegato: Eichmann ci somiglia, questa la terrificante
verità che emerge dalle pagine del libro. Il rigoroso ed
efficiente apparato nazista ha probabilmente inaugurato ciò
che oggi è il principale paradigma di ogni produzione aziendale:
la divisione del lavoro che riduce la capacità del singolo
di comprendere l’esito finale delle proprie azioni. Per
terminare con le parole della Arendt: “il guaio del caso
Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che
questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì
erano, e sono tuttora, terribilmente normali”. [giulia
rastelli] |
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Hannah
Arendt nasce nel 1906 a Hannover, in una famiglia benestante
appartenente alla borghesia ebraica, che tuttavia non
aveva legami particolari con il movimento e con le idee
sioniste. A Königsberg, dove nel frattempo la famiglia
si trasferisce, consegue nel 1924 l' "Abitur",
titolo di studio che equivale all'italiano diploma di
maturità. Conseguito l' "Abitur" decide
di iscriversi all'Università di Marburg, dove si
stava facendo strada la tendenza più interessante
di quegli anni, la fenomenologia di Husserl. Arendt incontra
un giovane docente destinato a diventare uno dei pensatori
più importanti del XX secolo: Martin Heidegger.
Con il filosofo tedesco Hannah intratterrà un rapporto
personale intenso, che la coinvolgerà sotto diversi
aspetti (anche sentimentali) per l'intero arco della vita.
Nel 1925 si reca a Friburgo per un semestre di studio,
al fine di seguire le lezioni del fondatore della filosofia
fenomenologica Edmund Husserl. Quindi, seguendo le indicazioni
di Heidegger, si sposta all'Università di Heidelberg,
dove sotto la guida di Karl Jaspers prepara e porta a
termine nel 1929 la ricerca di dottorato Der
Liebensbegriff bei Augustin (Il
concetto di amore in Agostino. Saggio di interpretazione
filosofica). Nel 1929, trasferitasi a Berlino,
ottiene una borsa di studio per una ricerca sul romanticismo
dedicata alla figura di Rahel Varnhagen (Rahel
Varnahagen. Storia di un'ebrea). Nello stesso anno
sposa Günther Stern, un filosofo conosciuto anni
prima a Marburg. Dopo l'avvento al potere del nazionalsocialismo
e l'inizio delle persecuzioni nei confronti delle comunità
ebraiche, Hannah abbandona la Germania nel 1933 attraversando
il cosiddetto "confine verde" delle foreste
della Erz. Passando per Praga, Genova e Ginevra giunge
a Parigi, dove conosce e frequenta, tra gli altri, lo
scrittore Walter Benjamin e il filosofo e storico della
scienza Alexander Koiré. Fino al 1951, anno in
cui le verrà concessa la cittadinanza statunitense,
rimane priva di diritti politici. Nella capitale francese
collabora presso istituzioni finalizzate alla preparazione
di giovani ad una vita come operai o agricoltori in Palestina
(l'Agricolture et Artisan e la Yugend-Aliyah) e diventa,
per alcuni mesi, segretaria personale della baronessa
Germaine de Rothschild. Nel 1940 si sposa per la seconda
volta, con Heinrich Blücher. Ma gli sviluppi storici
del secondo conflitto mondiale portano Hannah Arendt a
doversi allontanare anche dal suolo francese: internata
nel campo di Gurs dal governo Vichy in quanto "straniera
sospetta" e poi rilasciata, dopo varie peripezie,
riesce a salpare dal porto di Lisbona alla volta di New
York, che raggiunge insieme al coniuge nel maggio 1941.
Il periodo americano inizia in maniera non certo facile:
alle iniziali difficoltà economiche si aggiunge
l'impegno, faticoso quanto necessario, dell'apprendimento
di una nuova lingua. Nonostante tutto è proprio
nel nuovo mondo che Hannah ha modo di creare nuove amicizie
e di scrivere opere importanti, che le permettono di acquisire
autorevolezza e notorietà come intellettuale e
pensatrice politica. Nella sua intensa attività,
Hannah Arendt è costantemente supportata da una
particolare famigliarità con la scrittura: possiede
infatti il talento non comune di unire, con fluidità,
il pensiero alla penna.
In modo più o meno marcato ma sempre indelebile,
tale capacità può essere vista come un segno
distintivo, presente in tutti i suoi scritti. Le riflessioni
vengono proposte attraverso uno stile personale, rigoroso
e discorsivo al tempo stesso: in quanto scrittrice avversa
al dogmatismo culturale, Hannah Arendt non vuole la passività
del lettore, ma al contrario ricerca e richiede un suo
coinvolgimento attivo, attento, dialogico. La figura e
l'opera di questa pensatrice possono costituire un esempio
eloquente della possibilità di un felice connubio
fra pensiero e parola, contemplazione e azione, tradizione
e innovazione. Nel 1951 pubblica il fondamentale The
Origins of Totalitarianism (Le
origini del totalitarismo), frutto di un'accurata
indagine storica e filosofica. In tale contesto, particolarmente
interessante risulta essere l'analisi della cosiddetta
"ideologia", intesa come uso indebito della
facoltà razionale umana e perciò crogiolo
potenziale di ogni dinamica totalitaria. La mente gioca
con se stessa: l'atteggiamento ideologico, privo di un
vero ideale, assolutizza la facoltà logica facendola
esorbitare dai suoi limiti costitutivi, in modo tale da
costruire una pseudo-realtà, impermeabile all'esperienza
della realtà autentica, al cui interno vige la
pretesa di spiegazione totale che nega, di fatto, la vocazione
della natura umana alla libertà di iniziativa.
Dal 1957 comincia la carriera accademica vera e propria:
ottiene insegnamenti presso le Università di Berkeley,
Columbia, Princeton e, dal 1967 fino alla morte, anche
alla New School for Social Research di New York Nel 1961,
in qualità di inviata del settimanale "New
Yorker", assiste al processo contro il gerarca nazista
Eichmann. Il resoconto di questa esperienza viene inizialmente
pubblicato a puntate sulla rivista newyorkese e successivamente
proposto in forma unitaria nel 1963, con il libro Eichmann
in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil
(La banalità del male. Eichmann
a Gerusalemme).Sempre nel 1963 pubblica On
Revolution (Sulla rivoluzione),
saggio politologico dalle cui pagine emergono giudizi
negativi sia sulla Rivoluzione francese sia su quella
russa. L'assunto principale dell'opera, il punto fisso
su cui fa leva il discorso dell'autrice, è l'intelligenza
della correlazione presente fra libertà e politica:
la politica infatti è vista, essenzialmente, come
l'attività che preserva, cura e garantisce lo spazio
all'esercizio concreto della libertà in tutte le
sue forme di attuazione. Nel 1972 viene invitata a tenere
le Gifford Lectures all'Università scozzese di
Aberdeen, che già in passato aveva ospitato pensatori
di prestigio come Bergson, Gilson e Marcel. Due anni più
tardi, durante il secondo ciclo delle Gifford,
subisce il primo infarto. Altre opere significative sono
The Human Condition del 1958
(Vita activa. La condizione umana)
e il volume teoretico The Life of
the Mind (La vita della mente),
uscito postumo nel 1978, attraverso cui Hannah, sulla
scia originaria della migliore filosofia greca, riporta
al centro dell'esistenza umana la "meraviglia"
(il qaumazein). Tale "stupore" metafisico non
è uno stato psicologico, bensì un elemento
costitutivo della capacità dell'essere umano di
conoscere, pensare e vivere in modo costruttivo, come
persona in comunione con altre persone.
Il 4 dicembre 1975 muore a causa di un secondo arresto
cardiaco, nel suo appartamento di Riverside Drive a New
York: questo il capolinea storico di un'esistenza "pensante",
pervasa da un senso di gratitudine sempre fedele alla
realtà delle cose.
Una vita densa non solo di studi e letture ma anche di
incontri, luoghi, eventi.
[diego
fusaro]
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