"Forse
qualcuno dei narratori ha mentito sapendo di mentire. O invece
tutti hanno detto ciò che credono vero. Oppure magari
hanno inventato particolari, qui e là, per un gusto nativo
di abbellire le storie. O, ipotesi più probabile, sui
fatti si deposita il velo della memoria, che lentamente distorce,
trasforma, in favola, il narrare dei protagonisti non meno che
i resoconti degli storici." Sergio Atzeni
“Grandissimo
amante della storia della Sardegna, come tutti gli emigrati,
non disdegna di dipingerne anche i difetti. La sua morte prematura
ha privato la Sardegna (e anche l'Italia) di un osservatore
molto acuto della realtà , che sapeva afferrare con quell'ironia
sempre sul filo del paradosso, a volte anche crudele, la descrizione
di certi difetti atavici del popolo sardo.” Quella
di Mattana è forse la più precisa osservazione
che si possa fare su questo autore. Sergio Atzeni è tutt’ora
considerato come una delle più grandi rivelazioni della
letteratura italiana. Ci conduce nell'Italia fascista della
metà degli anni '30, che descrive mirabilmente mentre
ci accompagna alla ricerca del misterioso Tullio Saba, una ricerca
che attraverserà le vite di molte persone, quelle a cui
un protagonista, di cui l’autore ci dice ben poco, chiederà
notizie su questo fantomatico uomo.
È un insieme di racconti stranianti di personaggi che
hanno, in fondo, molta voglia di raccontare la propria vita,
più che quella di Saba; è così che l’autore
ci offre una serie di punti di vista sempre diversi, ed un insieme
di acquerelli della Sardegna degli anni ’30, che si fondo
e si amalgamo intorno all’indelineabile figura di questo
“figlio di Bakunìn”, che è a volte
anarchico, altre un signore, altre comunista, a volte seduttore
ed altre innamorato, a volte aiuto dei minatori, poi capopopolo,
poi ladro e fuggitivo, e così mille altri Tullio Saba
egualmente sfuggenti, come figure evanescenti davanti ai nostri
occhi.
Atzeni riesce a fare un sapiente miscuglio del dialetto con
l'italiano, adeguando ad ogni personaggio il linguaggio più
adatto, ed approntando un piccolo ed immortale ritratto della
società italiana con una precisione ed uno spirito critico
di vivacità straordinaria. È un romanzo breve
che scorre veloce sotto gli occhi del lettore, ed ogni pagina
è un po’ come salire il gradino di una scalinata
verso l’ignoto di una verità, un verità
costituita di tante piccole osservazioni altrui, che potrebbero
tranquillamente rivelarsi menzogne o essere descrizioni efficacissime
e realistiche, poiché tutte sono verosimili; pennellata
dopo pennellata è un ritratto impressionista che si costruisce
nelle nostre menti, la nostra impressione di Tullio Saba, una
rappresentazione confusa e poliedrica.
[aurora
capoferro ronchetta]
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Sergio
Atzeni è stato, nella sua vita letteraria, se non
poliedrico, decisamente eclettico. Ancora giovanissimo si
è dedicato all’attività giornalistica,
inizialmente praticata a tutto campo (si era occupato di
cronaca, di sport, di attività politica e sindacale)
e progressivamente orientata verso il reportage culturale
e la recensione libraria. Comincia a pubblicare dalla metà
degli anni Settanta, dapprima il testo teatrale Quel
maggio 1906. Ballata per una
rivolta cagliaritana è del 1977; nel 1981
vede la luce, tra i gialli Mondadori, Gli
amori, le avventure e la morte di un elefante bianco;
nel 1984 il racconto Araj dimoniu
che rielabora un’antica fiaba sarda. Più vasta
notorietà gli arride a partire dal 1986, quando pubblica,
con la casa editrice Sellerio, l’Apologo del giudice
bandito cui seguono Il figlio di Bakunìn
(Sellerio, 1991) e Il quinto passo
è l’addio (Mondadori, 1995)
Postumi sono apparsi Passavamo sulla
terra leggeri (Mondadori, 1996), Bellas
Mariposas (Sellerio, 1996), Si...
otto! (Condaghes, 1996). Attualmente è in
corso di stampa una raccolta poetica la cui pubblicazione
viene annunciata come imminente.
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