Fra Dolcino e gli Apostolici tra eresia, rivolta e roghi
Titolo originale
Fra Dolcino e gli Apostolici tra eresia, rivolta e roghi
Autore
a cura di Corrado Mornese e Gustavo Buratti, Cenro Studi Dolciniani
Anno
2000
Editore
DeriveApprodi

Fu chiamato Carnasco, quel piccolo ruscello. Il giovedì santo del 1307 la sua acqua divenne rossa come sangue. Il sangue dei ribelli. Il sangue degli eretici. Dolcino e Margherita furono catturati vivi. Lo sarebbero rimasti per poco. La loro morte era già scritta, fu solo rimandata. Sarebbe stata molto più atroce.

L’avventura e la dottrina di Fra Dolcino e degli Apostolici costituiscono il tema dell’interessante saggio a cura di Corrado Mornese e Gustavo Buratti dal titolo Fra Dolcino e gli Apostolici tra eresia, rivolta e roghi, edito da DeriveApprodi. Il movimento, fondato da Gherardo Segarelli nel 1260, si inserisce a pieno nello spirito del tempo, in quella ventata di rinnovamento che scuote la società medievale del XII-XIII secolo. Da una parte, si assiste al rifiorire della polis nell’esperienza dei Comuni, che spostano lentamente il baricentro economico dalle campagne alle città. Dall’altra, le abbazie iniziano a perdere la loro centralità, mentre l’istituzione ecclesiastica è percorsa da un diffuso malcontento legato perlopiù all’eccessiva ricchezza del clero, all’uso spregiudicato del potere temporale, alla perdita di una dimensione compiutamente spirituale. Gli ordini mendicanti, Domenicani e Francescani, che si ispirano agli ideali di povertà espressi dal Vangelo, non riescono del tutto a convogliare, nel loro alveo, l’insofferenza nei confronti della Chiesa. Ed è in questa zona d’ombra che si inseriscono alcuni fra i più noti movimenti ereticali che la storia ricordi.
La parola eresia deriva dal greco airesis, scelta. Con l’avvento del cristianesimo, il termine assume valenza negativa, contrapposto all’ortodossia, il pensiero “retto”. Naturalmente, la maggior parte dei movimenti ereticali non pensa affatto di aver intrapreso la strada sbagliata. Piuttosto, ritiene di aver correttamente interpretato un pensiero o una dottrina corrotti dalla maggioranza.
Il primo problema affrontato nel testo è quello delle fonti. Poche, tutte di parte avversa a Dolcino. Fra quelle più importanti, emergono testi redatti dal famoso inquisitore Bernardo Gui e la cronaca dell’Anonimo Sincrono che qualcuno ipotizza essere il vescovo di Vercelli, Raniero Avogadro di Pezzana o, più probabilmente, qualcuno che scrive per lui. Da questo sparuto gruppo di documenti è però possibile tracciare le vicende degli Apostolici e individuare i principi cardine della loro dottrina. Gli Apostolici – per bocca di Segarelli prima e del suo discepolo Fra Dolcino poi – propugnavano il ritorno alla prassi della chiesa cristiana primitiva, svincolata da ricchezze, non legata al potere temporale, egualitaria. Si negava autorità alle gerarchie ecclesiastiche. La loro comunità si basava sulla comunanza dei beni e l’aiuto reciproco. Dolcino esprime la dottrina degli Apostolici attraverso alcune lettere: “Tutta l’autorità data da Gesù Cristo alla Chiesa Romana è ormai cessata a causa della malizia dei prelati: e quella chiesa, governata dal papa, dai cardinali, dai chierici e dai religiosi, non è la Chiesa di Dio, ma una chiesa malvagia incapace di portare alcun frutto”. O ancora: “La chiesa consacrata non vale di più, per pregare Dio, di una stalla di cavalli o di porci. Si può adorare Cristo nei boschi, come nelle chiese, anzi meglio”. Gli Apostolici vivevano nella più assoluta povertà, nomadi, affidandosi alla carità degli abitanti dei luoghi che visitavano. Gridavano Penitenziagite, fate penitenza, traduzione in “volgare” del motto latino “Poenitentiam agite, appropinquabit enim regnum caelorum”. Dolcino incoraggiava l’eguaglianza fra uomini e donne, nonché il superamento della castità a favore della libertà sessuale. La dottrina degli Apostolici è dunque straordinariamente in anticipo rispetto a numerosi temi che diverranno, secoli dopo, centrali nel dibattito politico, sociale e culturale. Si pensi, ad esempio, alla riforma di Martin Lutero, al pensiero utopico e anarchico, ad alcune tesi del comunismo, alle conquiste del ’68 in Europa. Le idee rivoluzionarie del movimento – assieme ai numerosi consensi che esso raccoglieva specialmente fra le classi meno agiate – convinsero il papa Onorio IV a decretare, nel 1286, lo scioglimento della setta. Segarelli finisce in prigione. Nel 1294, quattro dei suoi fedeli vengono arsi sul rogo a Parma. La medesima sorte tocca al Segarelli nel 1300, anno in cui Dolcino scrive la sua prima lettera agli Apostolici assumendone la guida. In quel documento, Dolcino profetizza – sulla base di una lettura personale dell’Apocalisse e di numerose suggestioni dell’epoca – l’avvento di un nuovo imperatore che avrebbe ucciso Bonifacio VIII, tutti i cardinali e i chierici. La chiesa ne sarebbe uscita purificata dopo secoli di corruzione.
Questa la parabola di Dolcino, fatta di idee rivoluzionarie, profezie e sangue. Nel 1303, gli Apostolici si stanziano in Trentino. Si contano circa quattromila fedeli. Nel 1304, incalzato dall’Inquisizione messasi sulle sue tracce, Dolcino decide di spostarsi sulla Parete Calva, nel Vercellese, zona di cui è originario. Da questa postazione sopraelevata e fortificata, gli Apostolici iniziano a saccheggiare le località più in basso, approfittando della rivolta già in atto in Val Sesia. I Valsesiani scelgono di appoggiare il movimento, fornendo risorse e uomini armati. Allo stesso modo, è pensabile che anche Matteo Visconti – capo del partito ghibellino nell’Italia del nord, cacciato da Milano dai Torriani, guelfi – fornisca aiuti importanti alle truppe di Dolcino che, allo stesso tempo, appoggiano concretamente il leader della potente famiglia lombarda.
Fra il 1306 ed il 1307, il principale avversario degli eretici è la famiglia Avogadro, detentore del potere politico e religioso nel Biellese. Pur opponendo una strenua resistenza, i dolciniani non riescono a fronteggiare le truppe nemiche. Fra il 9 ed il 10 marzo 1306, lasciando dietro i più deboli, abbandonano le postazioni sulla Parete Calva. Il gruppo (circa mille uomini) intraprende una drammatica marcia notturna attraverso sentieri innevati e giunge nei pressi di Trivero, sul monte Zebello che fu poi chiamato Rubello o Rebello, in quanto vi si erano appunto stanziati i ribelli (oggi San Bernardo). I dolciniani sono stremati dopo aver passato un inverno a cibarsi di fieno cotto, ma anche cani, topi, cavalli. Decidono di saccheggiare i villaggi della zona per procurarsi cibo e rapiscono alcuni abitanti probabilmente come merce di scambio futura per i viveri, ma si fanno numerosi nemici nella popolazione locale. Il vescovo Raniero Avogadro domanda a Clemente V che sia bandita una crociata e la ottiene. Chiede aiuto ai signori guelfi della zona. Blocca ogni via d’accesso al monte. Gli eretici sono isolati. L’inverno del 1306 è quello della grande fame. L’Anonimo Sincrono, nella sua Historia, sostiene che i ribelli arrivarono addirittura a cibarsi della carne degli uomini caduti in battaglia. L’assedio coglie i suoi frutti. Il giovedì santo del 1307 (23 marzo), le truppe di Raniero sferrano l’attacco decisivo, molti Apostolici vengono uccisi e gettati in quel ruscello che diverrà poi Carnasco. Dolcino e la sua donna, “la bella” Margherita, vengono catturati. Dopo tre mesi, ottenuto il consenso del Papa, i due vengono consegnati al braccio secolare. Il primo giugno del 1307, Dolcino e Margherita vengono torturati e arsi sul rogo. San Benvenuto da Imola, nel suo Comentum Super Dantis Aldigherii Comoediam – composto circa settanta anni dopo i fatti del Rubello – parla di un Dolcino praticamente impassibile di fronte ai numerosi supplizi a cui venne sottoposto. L’eresiarca assume definitivamente le fattezze di un demonio. È, però, interessante rileggere le pagine de Il nome della rosa di Umberto Eco. In particolare, la confessione rilasciata da Remigio da Varagine, ex apostolico, interrogato da Bernardo Gui. Va precisato, è finzione, non trova riscontro in nessuna fonte storiografica giunta fino a noi. Ma si mostra Dolcino sotto un’altra veste. Egli non appare più come un diavolo. Torna ad essere un uomo, giunto al termine della sua avventura terrena.
E vidi Margherita tagliata a pezzi davanti agli occhi di Dolcino, e gridava, scannata che era, povero corpo che una notte avevo toccato anch'io... E mentre il suo cadavere straziato bruciava, furono su Dolcino, e gli strapparono il naso e i testicoli con tenaglie infuocate, e non è vero quello che han detto dopo, che non emise neppure un gemito. Dolcino era alto e robusto, aveva una gran barba da diavolo e i capelli rossi che gli cadevano in anelli sugli omeri, era bello e potente quando ci guidava con un cappello a larghe falde, e la piuma, e la spada cinta sulla veste talare, Dolcino faceva paura agli uomini e faceva gridare di piacere le donne... Ma quando lo torturarono gridava di dolore anche lui, come una donna, come un vitello, perdeva sangue da tutte le ferite mentre lo portavano da un angolo all'altro, e continuavano a ferirlo poco, per mostrare quanto a lungo potesse vivere un emissario del demonio, e lui voleva morire, chiedeva che lo finissero, ma morì troppo tardi, quando giunse sul rogo, ed era un solo ammasso di carne sanguinante”.
[gianpaolo bonuso]