“Oggi
il mugnaio mio padrone è morto. Ha lasciato il mulino al
primogenito, l’asino al secondo e me al più piccolo
dei figli. I primi due sono belli che sfottuti, perché
il mulino senza l’asino e l’asino senza il mulino
non servono a niente. Il ragazzino ha avuto invece un’inaspettata
botta di culo, io sono «il» gatto, e se ne accorgerà
presto.”
“È stato come rimischiare il mazzo di torti e
ragioni, buoni e cattivi, e ridistribuire le carte […] Ho
cercato di far uscire le favole da se stesse. Perché ogni
storia contiene il suo contrario. Perché niente è
come appare: le favole sono alibi. E perché niente, infine,
appare com’è: gli alibi generano altre favole”.
Con queste parole Roberto Vecchioni ci da il benvenuto nel suo
mondo delle favole, un mondo che è un po’ una mise
en abîme di nuova concezione: non la storia nella storia
ma la storia nella favola, in ogni singolo racconto, e, nell’ultimo
di questi, questo procedimento diventa quasi una reazione a catena,
ed è assolutamente affascinante. Le ha giocate bene le
sue carte Roberto, in particolare aveva i quattro assi nella manica:
umorismo, ironia, amore per il paradosso e amore per la verità
e, dopo una partita con uno così, ti rimane dentro una
sensazione tremenda, perché sa farti ridere poi piangere,
e ridere di un riso amaro per poi catturarti nuovamente nei giochi
della suspence, quindi ricondurti al ridere della stupidità,
al piangerci sopra, al sentirtene parte e poi… ti chiude
in una galleria di spechi dove la scienza non è più
la scienza, la filosofia non è più la filosofia,
le creature immaginarie non sono più immaginarie e finisci
per chiederti – ma se ora chiudo il libro l’amore
è ancora l’amore?, io ho vissuto il libro per qualche
ora o lo vivo tutti i giorni? – E via di questo passo finché
non decidi che in fondo chiudere un libro così bello senza
averlo prima finito, è davvero uno spreco, anche perché,
obbiettivamente, con tutti i suoi cinismi e, si, anche una certa
cadenza noir, questo libro è veramente uno spasso, specie
per chi le favole le ha viste sbiadire crescendo, anche perché,
si sa, che a dirla tutta, verso una certa età le principesse
e i principi azzurri cominciano a stare perfino un po’ antipatici.
Ed anche su questo, il Nostro, sa bene come giocarci. Non è
uno stile da descrivere, è uno stile da affrontare, o meglio
da cui lasciarsi trascinare, ed è una camminata a passi
veloci verso una realtà diversa, quella di uno “pseudonaturalismo”
del fantastico, occasionalmente un po’ rude ma sempre nuovo,
che incanta a modo suo, un modo molto particolare, ed è
per questo che è accompagnato da uno stile decisamente
inusuale, uno di quelli che non poteva inventare neanche Queneau.
[aurora
capoferro ronchetta]
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| Roberto
Vecchioni si laurea presso l'Università Cattolica
di Milano in Lettere nella quale resterà quale assistente
e successivamente insegna in licei classici, come docente
di greco e latino. Il suo lavoro s'intreccia con la musica
nel 1999 quando, sostenuto dal Ministero della Pubblica
istruzione, organizza un giro presso Università e
licei d'Italia insegnando Storia letteraria della canzone
italiana. Negli anni ‘60 scrive canzoni per cantanti
affermati (Ornella Vanoni, Mina, Iva Zanicchi, Gigliola
Cinquetti ecc.). Ha inciso molti dischi (tra i quali Saldi,
Blùmoon, Il capolavoro, Il Bandolero stanco). La
sua attività di cantautore si intreccia con quella
di scrittore. Nel 1983 esce il suo primo libro Il
grande sogno (Milano Libri). Per Einaudi ha pubblicato
la raccolta di racconti Viaggi del
tempo immobile, il romanzo Le
parole non portano le cicogne e la favola Il
libro di Selinunte. |
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