Diario di un gatto con gli stivali
Titolo originale
Diario di un gatto con gli stivali
Autore
Roberto Vecchioni
Anno
2006
Editore
Einaudi
“Oggi il mugnaio mio padrone è morto. Ha lasciato il mulino al primogenito, l’asino al secondo e me al più piccolo dei figli. I primi due sono belli che sfottuti, perché il mulino senza l’asino e l’asino senza il mulino non servono a niente. Il ragazzino ha avuto invece un’inaspettata botta di culo, io sono «il» gatto, e se ne accorgerà presto.”

È stato come rimischiare il mazzo di torti e ragioni, buoni e cattivi, e ridistribuire le carte […] Ho cercato di far uscire le favole da se stesse. Perché ogni storia contiene il suo contrario. Perché niente è come appare: le favole sono alibi. E perché niente, infine, appare com’è: gli alibi generano altre favole”. Con queste parole Roberto Vecchioni ci da il benvenuto nel suo mondo delle favole, un mondo che è un po’ una mise en abîme di nuova concezione: non la storia nella storia ma la storia nella favola, in ogni singolo racconto, e, nell’ultimo di questi, questo procedimento diventa quasi una reazione a catena, ed è assolutamente affascinante. Le ha giocate bene le sue carte Roberto, in particolare aveva i quattro assi nella manica: umorismo, ironia, amore per il paradosso e amore per la verità e, dopo una partita con uno così, ti rimane dentro una sensazione tremenda, perché sa farti ridere poi piangere, e ridere di un riso amaro per poi catturarti nuovamente nei giochi della suspence, quindi ricondurti al ridere della stupidità, al piangerci sopra, al sentirtene parte e poi… ti chiude in una galleria di spechi dove la scienza non è più la scienza, la filosofia non è più la filosofia, le creature immaginarie non sono più immaginarie e finisci per chiederti – ma se ora chiudo il libro l’amore è ancora l’amore?, io ho vissuto il libro per qualche ora o lo vivo tutti i giorni? – E via di questo passo finché non decidi che in fondo chiudere un libro così bello senza averlo prima finito, è davvero uno spreco, anche perché, obbiettivamente, con tutti i suoi cinismi e, si, anche una certa cadenza noir, questo libro è veramente uno spasso, specie per chi le favole le ha viste sbiadire crescendo, anche perché, si sa, che a dirla tutta, verso una certa età le principesse e i principi azzurri cominciano a stare perfino un po’ antipatici. Ed anche su questo, il Nostro, sa bene come giocarci. Non è uno stile da descrivere, è uno stile da affrontare, o meglio da cui lasciarsi trascinare, ed è una camminata a passi veloci verso una realtà diversa, quella di uno “pseudonaturalismo” del fantastico, occasionalmente un po’ rude ma sempre nuovo, che incanta a modo suo, un modo molto particolare, ed è per questo che è accompagnato da uno stile decisamente inusuale, uno di quelli che non poteva inventare neanche Queneau.
[aurora capoferro ronchetta]

 

Roberto Vecchioni si laurea presso l'Università Cattolica di Milano in Lettere nella quale resterà quale assistente e successivamente insegna in licei classici, come docente di greco e latino. Il suo lavoro s'intreccia con la musica nel 1999 quando, sostenuto dal Ministero della Pubblica istruzione, organizza un giro presso Università e licei d'Italia insegnando Storia letteraria della canzone italiana. Negli anni ‘60 scrive canzoni per cantanti affermati (Ornella Vanoni, Mina, Iva Zanicchi, Gigliola Cinquetti ecc.). Ha inciso molti dischi (tra i quali Saldi, Blùmoon, Il capolavoro, Il Bandolero stanco). La sua attività di cantautore si intreccia con quella di scrittore. Nel 1983 esce il suo primo libro Il grande sogno (Milano Libri). Per Einaudi ha pubblicato la raccolta di racconti Viaggi del tempo immobile, il romanzo Le parole non portano le cicogne e la favola Il libro di Selinunte.