Il mondo deve sapere
Titolo originale
id.
Autore
Michela Murgia
Editore
ISBN
Anno
2006
Costo
Euro 10,00

Come è nato il suo romanzo? Si basa su esperienze reali?
Si, ho lavorato per un mese e mezzo in un call center e per capire quel mondo è stato un periodo più che sufficiente. Non sono stata io a chiedere di entrarci, ho ricevuto una telefonata a casa da una persona che mi ha detto che una nuova azienda della zona cercava del personale per varie mansioni e mi sono molto incuriosita perché in Sardegna, dove io vivo, non è così facile che ti chiamino a casa per offrirti un lavoro. Appena arrivata al colloquio l’effetto è stato subito surreale, mi sono resa conto subito che era un posto molto interessante, avevo appena concluso un contratto di lavoro e avrei dovuto restare ferma due mesi per cui pensai di vivere questa esperienza con un occhio un po’ “clinico” ed indagatore. Questo forse mi ha permesso di afferrare subito alcune dinamiche che magari molte persone in quel contesto impiegano diversi mesi a capire.

Ha capito subito che sarebbe stato utile annotare appunti e fissare per iscritto le varie dinamiche delle giornate di lavoro?
No, quando c’è stato il primo colloquio mi hanno fatto tante domande anche private e personali, mi hanno chiesto ad esempio che tipo di struttura familiare avessi, se avessi persone a carico o anziani di cui occuparmi e mi domandavo a mia volta perché mai fosse necessario assumere tutte quelle informazioni personali. Allora mentii sistematicamente e spudoratamente su tutto: che hobby avevo? Scacchi… Da che tipo di famiglia venivo? Ero stata …adottata, poi avevo litigato anche con la famiglia che mi aveva adottato e quindi ero sola davvero ed ero… una dattilografa... Dopo qualche giorno in cui vedevo tante assurdità e le raccontavo una mia amica continuava a non credere che al lavoro ci facessero ballare prima di iniziare a telefonare e che ci costringessero a vivere dei momenti di pubblica “gogna” il venerdì quando non raggiungevamo i risultati. Mi consigliò allora di aprire un blog, perché se questa roba era vera il mondo la doveva sapere. Ho cominciato così, scrivendo cinque volte al giorno il racconto delle cose assurde che mi succedevano e il libro è una cronistoria perfetta di questa esperienza.

Si è ritrovata nel film, quali sono state le sue reazioni?
Secondo me c’è molto, se non tutto del libro che è piuttosto claustrofobico nel senso che non ci sono io dentro: nel romanzo tutto inizia e finisce dentro il call center, non c’è mai niente che vada al di là delle postazioni di lavoro ma nel film ho trovato forse una delicatezza che per la struttura della narrazione non era stato possibile inserire nelle mie pagine. Il romanzo doveva essere un pugno sui denti, magari denti che ridevano, nel senso che prima fai ridere il lettore e poi gli dai la “mazzata”. In questo il film è più delicato, forse anche più malinconico.

Qual’ è il sentimento di fondo secondo lei?
Tutte le piccole verità che vengono messe in rilievo sia nel film che nel libro nascono dalla percezione del lavoro come luogo di solitudine, senza questa percezione tutte quelle cose non sarebbero possibili. La conclusione a cui sono arrivata nei due anni in cui ho sedimentato e ho dato forma a questa mia esperienza che è stata all’inizio brusca e poi rielaborata, è che il lavoro deve tornare a essere un bene collettivo e il film giustamente suggerisce l’idea che il senso si possa trovare solamente in una relazione gratuita. Secondo me è una cosa molto bella che si può dire solo in quel modo.

Si è ritrovata nelle situazioni e nei personaggi?
Si, per esempio il personaggio della capo telefonista era identica alla mia: materna con il frustino, terribilmente produttiva e allo stesso tempo espressione femminile del patriarcato aziendale che è poi quello di antica memoria anche operaia. C’è sempre questo meccanismo per cui tutto sembra concesso per bontà e per favore e tu ti senti così benvoluto, in realtà è un gioco terribile perché si usa il linguaggio delle relazioni gratuite in un contesto che di gratuito non ha niente, dove tu sei solo funzionale alla logica aziendale, là dentro nessuno ti vuol bene. È bella nel film la contrapposizione- che nel libro non c’è chiaramente- tra quella solitudine multipla che si vive all’interno del call center, per cui ogni donna è nella sua isola, (un termine non casuale) come se vivesse in un mondo suo e in qualche modo nella scena finale c’è un riscatto della femminilità solidale. Questa contrapposizione io l’ho colta pesantemente, avrei voluto viverla ma l’ho vissuta solo in minima parte dentro il call center con alcune delle telefoniste con cui siamo riuscite in qualche modo a trovare dei canali di comunicazione fuori controllo, vedendoci poi anche fuori dal contesto lavorativo e con alcune di loro- ma non con tutte purtroppo- ho conservato un rapporto molto bello.

Più in generale, che effetto le ha fatto assistere al film?
Ho avuto la fortuna, grazie a Virzì, di poterlo vedere da sola in una proiezione privata e gli occhi con cui l’ho guardato io sono quelli con cui non lo vedrà nessun altro. Ho pianto, però mi sono consolata perché mi hanno detto che non sono l’unica ad averlo fatto, ho trovato alcuni momenti della storia che mi appartenevano molto e altri che avrebbero potuto esserlo ma sono stati in qualche modo traslati e questo è stato molto interessante. Quando avevo visto il trailer avevo avuto paura che il film facesse ridere troppo e mi ero detta che avrei voluto che facesse più “incazzare” che ridere. Ma alla fine è proprio questo che accade e quindi sono molto soddisfatta.

Intervista a cura di Fabrizio Corallo

Ho 36 anni e non mi piace essere chiamata giovane.
Sono stata fortunata nella vita, perchè ho potuto studiare quello che volevo e fare quello per cui avevo studiato.

Tecnica aziendale, Scienze Religiose e una lunga avventura nell'Azione Cattolica mi hanno dato strumenti per fare tante cose: ho insegnato, organizzato, vegliato e misurato. Ho venduto. Ho accolto, rifiutato e telefonato. Soprattutto, ogni volta che ho voluto, ho potuto anche scegliere di andarmene e fare altro. Attraverso ogni esperienza ho appreso e ho raccontato. Le ultime due cose continuo a farle e mi piace molto, ma non credo siano un lavoro, anche se mi mantiene: testimoniare non è una professione, è un modo di guardare il mondo, per me il solo possibile, anche quando le bollette le pagavo in altri modi.
Sono vegetariana, non mi sono mai rotta un osso, vorrei imparare a ballare il tango e un giorno vorrei poter raccontare a mio figlio chi era Danilo Dolci. C'è tempo.

Vivo in Sardegna, ma vado continuamente in quel che faccio, come dice Filippo. E c'è di buono che anche lontano dalla Sardegna riesco a sentirmi a casa, perchè ha ragione Fiorella: questa terra è la mia terra sempre, la gente è la mia gente, ovunque.

[dal sito della scrittirice]

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