Come
è nato il suo romanzo? Si basa su esperienze reali?
Si, ho lavorato per un mese e mezzo in un call center e per
capire quel mondo è stato un periodo più che sufficiente.
Non sono stata io a chiedere di entrarci, ho ricevuto una telefonata
a casa da una persona che mi ha detto che una nuova azienda
della zona cercava del personale per varie mansioni e mi sono
molto incuriosita perché in Sardegna, dove io vivo, non
è così facile che ti chiamino a casa per offrirti
un lavoro. Appena arrivata al colloquio l’effetto è
stato subito surreale, mi sono resa conto subito che era un
posto molto interessante, avevo appena concluso un contratto
di lavoro e avrei dovuto restare ferma due mesi per cui pensai
di vivere questa esperienza con un occhio un po’ “clinico”
ed indagatore. Questo forse mi ha permesso di afferrare subito
alcune dinamiche che magari molte persone in quel contesto impiegano
diversi mesi a capire.
Ha
capito subito che sarebbe stato utile annotare appunti e fissare
per iscritto le varie dinamiche delle giornate di lavoro?
No, quando c’è stato il primo colloquio mi hanno
fatto tante domande anche private e personali, mi hanno chiesto
ad esempio che tipo di struttura familiare avessi, se avessi
persone a carico o anziani di cui occuparmi e mi domandavo a
mia volta perché mai fosse necessario assumere tutte
quelle informazioni personali. Allora mentii sistematicamente
e spudoratamente su tutto: che hobby avevo? Scacchi… Da
che tipo di famiglia venivo? Ero stata …adottata, poi
avevo litigato anche con la famiglia che mi aveva adottato e
quindi ero sola davvero ed ero… una dattilografa... Dopo
qualche giorno in cui vedevo tante assurdità e le raccontavo
una mia amica continuava a non credere che al lavoro ci facessero
ballare prima di iniziare a telefonare e che ci costringessero
a vivere dei momenti di pubblica “gogna” il venerdì
quando non raggiungevamo i risultati. Mi consigliò allora
di aprire un blog, perché se questa roba era vera il
mondo la doveva sapere. Ho cominciato così, scrivendo
cinque volte al giorno il racconto delle cose assurde che mi
succedevano e il libro è una cronistoria perfetta di
questa esperienza.
Si
è ritrovata nel film, quali sono state le sue reazioni?
Secondo me c’è molto, se non tutto del libro che
è piuttosto claustrofobico nel senso che non ci sono
io dentro: nel romanzo tutto inizia e finisce dentro il call
center, non c’è mai niente che vada al di là
delle postazioni di lavoro ma nel film ho trovato forse una
delicatezza che per la struttura della narrazione non era stato
possibile inserire nelle mie pagine. Il romanzo doveva essere
un pugno sui denti, magari denti che ridevano, nel senso che
prima fai ridere il lettore e poi gli dai la “mazzata”.
In questo il film è più delicato, forse anche
più malinconico.
Qual’
è il sentimento di fondo secondo lei?
Tutte le piccole verità che vengono messe in rilievo
sia nel film che nel libro nascono dalla percezione del lavoro
come luogo di solitudine, senza questa percezione tutte quelle
cose non sarebbero possibili. La conclusione a cui sono arrivata
nei due anni in cui ho sedimentato e ho dato forma a questa
mia esperienza che è stata all’inizio brusca e
poi rielaborata, è che il lavoro deve tornare a essere
un bene collettivo e il film giustamente suggerisce l’idea
che il senso si possa trovare solamente in una relazione gratuita.
Secondo me è una cosa molto bella che si può dire
solo in quel modo.
Si
è ritrovata nelle situazioni e nei personaggi?
Si, per esempio il personaggio della capo telefonista era identica
alla mia: materna con il frustino, terribilmente produttiva
e allo stesso tempo espressione femminile del patriarcato aziendale
che è poi quello di antica memoria anche operaia. C’è
sempre questo meccanismo per cui tutto sembra concesso per bontà
e per favore e tu ti senti così benvoluto, in realtà
è un gioco terribile perché si usa il linguaggio
delle relazioni gratuite in un contesto che di gratuito non
ha niente, dove tu sei solo funzionale alla logica aziendale,
là dentro nessuno ti vuol bene. È bella nel film
la contrapposizione- che nel libro non c’è chiaramente-
tra quella solitudine multipla che si vive all’interno
del call center, per cui ogni donna è nella sua isola,
(un termine non casuale) come se vivesse in un mondo suo e in
qualche modo nella scena finale c’è un riscatto
della femminilità solidale. Questa contrapposizione io
l’ho colta pesantemente, avrei voluto viverla ma l’ho
vissuta solo in minima parte dentro il call center con alcune
delle telefoniste con cui siamo riuscite in qualche modo a trovare
dei canali di comunicazione fuori controllo, vedendoci poi anche
fuori dal contesto lavorativo e con alcune di loro- ma non con
tutte purtroppo- ho conservato un rapporto molto bello.
Più
in generale, che effetto le ha fatto assistere al film?
Ho avuto la fortuna, grazie a Virzì, di poterlo vedere
da sola in una proiezione privata e gli occhi con cui l’ho
guardato io sono quelli con cui non lo vedrà nessun altro.
Ho pianto, però mi sono consolata perché mi hanno
detto che non sono l’unica ad averlo fatto, ho trovato
alcuni momenti della storia che mi appartenevano molto e altri
che avrebbero potuto esserlo ma sono stati in qualche modo traslati
e questo è stato molto interessante. Quando avevo visto
il trailer avevo avuto paura che il film facesse ridere troppo
e mi ero detta che avrei voluto che facesse più “incazzare”
che ridere. Ma alla fine è proprio questo che accade
e quindi sono molto soddisfatta.
Intervista
a cura di Fabrizio Corallo